Due secoli fa, la fascia costiera grossetana registrava una densità di appena 10 abitanti per kmq, numero che, nei mesi estivi, era destinato a scendere a causa dell’estatatura, cioè dell’esodo di massa verso i più salubri centri collinari dell’entroterra, lontano dalla pianura e dallo spettro della malaria.

Malaria in Maremma

All’interno della rassegna di letture in compagnia del Tirreno e del tema della bonifica in Italia, una pagina dedicata alla Malaria in Maremma.

Il testo è estratto da “LA MALARIA NELLA MAREMMA GROSSETANA”, S.BUETI, M.CORTI, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Grosseto

Il problema della malaria nella Maremma Grossetana ha costituito per secoli una grave piaga da combattere e debellare. Le cause più frequenti, attribuite nel passato a questa malattia, erano indicate nei miasmi provocati dalla putrefazione delle acque stagnanti, nei venti meridionali carichi di umidità oppure in animaletti capaci di penetrare nel sangue dell’uomo, infestandolo.

Ancora nella seconda metà dell’Ottocento la mal’aria, intesa nell’accezione comune di atmosfera malsana e cattiva, era messa in relazione con i fenomeni meteorologici, per cui le stagioni piovose erano quelle a più alto indice di mortalità. Al di là dei significati che la tradizione popolare o le conoscenze scientifiche consentivano, questa malattia ha rallentato o impedito, in ogni epoca, in un complesso rapporto di causa ed effetto, la crescita demografica, lo sviluppo economico-sociale, il risanamento territoriale delle aree paludose.

Due secoli fa, la fascia costiera grossetana registrava una densità di appena 10 abitanti per kmq, numero che, nei mesi estivi, era destinato a scendere a causa dell’estatatura, cioè dell’esodo di massa verso i più salubri centri collinari dell’entroterra, lontano dalla pianura e dallo spettro della malaria. Tale fenomeno storico, caratteristico della Provincia di Grosseto, regolamentato da provvedimenti legislativi che, a partire dal XIV secolo, si protrassero fino alla fine dell’Ottocento, comportava anche il trasferimento degli uffici pubblici, i quali rientravano nelle residenze abituali soltanto alla fine di ottobre.

(Bottagone, dalla collezione fotosferica Tirrenica360... )

La città rimaneva spopolata e si interrompeva ogni tipo di attività amministrativa, nonché economica e commerciale. Un carico demografico così esiguo non poteva essere compensato del tutto neanche dai pastori transumanti, che sciamavano nei mesi di ottobre e novembre verso le pianure, alla ricerca dei pascoli e dalla manodopera avventizia, che nei mesi estivi era costretta ad abbandonare per necessità i luoghi natii, spesso lontani, per impegnarsi nelle faccende agricole stagionali, oppure all’esecuzione di opere di bonifica idraulica.

Quest’ultimo tipo di immigrazione, composta da braccianti e operai generici privi dei più elementari mezzi di sussistenza, che trovavano ricovero in capanne di scopo o più spesso all’aperto, facili prede, dunque, delle anopheles, ha contribuito in modo determinante alla composizione di un quadro ambientale e socio-economico fecondo per la diffusione di questa malattia e documentato ampiamente dalle fonti conservate nell’Archivio di Stato di Grosseto.

…individui indigenti, coperti di laceri e sordidi panni, scesi in gran parte dalle Montagne Toscane, o da quelle delli esteri Territori nelle Maremme a cercarsi i mezzi della loro sussistenza coll’occuparsi nei lavori campestri….

Le fonti testimoniano sempre il legame costante, la connessione strettissima, tra la malaria e la bonifica dei territori palustri. Nello studio sulla lotta al morbo e contro l’impaludamento intrapreso in Maremma, a partire dal Cinquecento fino ai nostri giorni, ha inciso, profondamente l’ubicazione delle aree paludose, disposte lungo il perimetro costiero, marginali rispetto ai più importanti centri collinari e distanti da città come Siena e Firenze.

Questo isolamento geografico ha favorito, ad esempio, in epoca medicea, la creazione di un rapporto fortemente squilibrato fra città e campagna. Nel contesto generale della politica economica dei secoli XVI e XVII, basata sul predominio incontrastato degli interessi dei ceti cittadini, mercantili e manifatturieri, non vi era infatti posto per una valorizzazione autonoma delle zone periferiche dello Stato, ma solo per il loro mero sfruttamento.

Soltanto dalla seconda metà del Settecento  si registrarono forti stimoli agli investimenti privati nell’agricoltura, grazie anche ad una serie di provvedimenti attuati per incrementare la popolazione. L’ agricoltura divenne pertanto il settore trainante dell’economia toscana, assumendo, di conseguenza, importanza la campagna e acquistando, le opere di bonifica, il significato di un inderogabile compito pubblico.

Nell’Ottocento, in particolare, il rapporto tra città-capoluogo ed aree marginali e palustri si invertì. Specie sotto la guida di Leopoldo II,  quest’ultime divennero sempre più favorite. Le attività di bonifica divennero fonte di reddito per una gran massa di manodopera disoccupata, destinataria del diffuso paternalismo tipico del secolo e tradizionalmente rivolto verso le masse indigenti.

La malaria non ce l’ha contro di tutti. Alle volte uno vi campa cent’anni, come Cirino lo scimunito, il quale non aveva né re né regno, né arte né parte, né padre né madre, né casa per dormire, né pane da mangiare, e tutti lo conoscevano a quaranta miglia intorno, siccome andava da una fattoria all’altra, aiutando a governare i buoi, a trasportare il concime, a scorticare le bestie morte, a fare gli uffici vili; e pigliava delle pedate e un tozzo di pane; dormiva nei fossati, sul ciglione dei campi, a ridosso delle siepi, sotto le tettoie degli stallazzi; e viveva di carità, errando come un cane senza padrone, scamiciato e scalzo, con due lembi di mutande tenuti insieme da una funicella sulle gambe magre e nere; e andava cantando a squarciagola sotto il sole che gli martellava sulla testa nuda, giallo come lo zafferano. Egli non prendeva più né solfato, né medicine, né pigliava le febbri. Cento volte l’avevano raccolto disteso, quasi fosse morto, attraverso la strada; infine la malaria l’aveva lasciato, perché non sapeva più che farsene di lui. Dopo che gli aveva mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli era entrata tutta nella pancia gonfia come un otre, l’aveva lasciato contento come una pasqua, a cantare al sole meglio di un grillo.  (“Malaria”, Verga)

Con l’Unità d’Italia, la lotta alla malaria divenne uno dei principali obiettivi da perseguire, anche se occorrerà arrivare alla fine del secolo XIX per la scoperta del vettore di trasmissione e l’inizio di una vera e propria profilassi su scala nazionale. Già a fine ‘800, il senatore Luigi Torelli aveva condotto un’importante indagine per le ferrovie, dalla quale la Maremma grossetana risultava compresa nelle aree con malaria grave della nostra penisola, insieme al Lazio ed ai territori del Sud e delle isole.

Dai primi del Novecento lo Stato si fece carico, della distribuzione gratuita del chinino nelle rivendite di tabacchi, quale unico rimedio per quei tempi nella cura della malaria.

La bonifica, intesa come vera e propria missione civilizzatrice con cui sconfiggere la malaria, era stata iniziata nel 1765 da Leonardo Ximenes, illustre matematico e ingegnere idraulico alla corte lorenese, che attuò la riduzione fisica, descritta in un noto trattato, di una delle zone più acquitrinose della Maremma, anticamente chiamata Lacus Priliis e quella ad essa circostante, fino all’argine destro dell’Ombrone.

Il bacino lacustre, raccogliendo anche le acque di numerosi torrenti e fossi, allargava, durante l’inverno, i propri confini, che si estendevano tra la costa e la pineta del Tombolo, da Castiglione della Pescaia e Buriano, fino a Montepescali e Grosseto, per spingersi oltre l’Ombrone, nelle pianure dell’Alberese. Tutta quest’area geografica divenne, da allora, uno dei principali obiettivi della lunghissima e, lenta bonifica integrale, terminata soltanto nel periodo fascista.

Extra

Malaria

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Maremma

> “La Maremma non solo rappresenta un importante campione residuo dell’ambiente naturale mediterraneo, dalla costa alle zone umide, dalla macchia mediterranea ai boschi delle Colline Metallifere e del Monte Amiata (1.738 m), ma anche una terra ricca di storia, personaggi e tradizioni rurali “raccontate” dal paesaggio suggestivo, dalle feste popolari e dai resti archeologici: dal Parco dell’Uccellina al paesaggio agricolo della pianura bonificata a quello collinare impreziosito dai villaggi medievali arroccati sulle colline, alcuni di età ellenistica, e dai resti di civiltà etrusche e romane. La Maremma, poi, assieme al Gennargentu e al parco del Pollino, fa parte degli unici tre territori in Italia in cui si può godere del buio primordiale e da dove è ancora possibile ammirare il cielo notturno in assenza totale di luce”. La Maremma, ha un equilibrio delicato che può essere tutelato solo se affrontato e valutato nella sua interezza; è la Camargue italiana con la stessa importanza e peso a livello europeo, e non solo, della sorella francese." (Testo tratto da “Salviamo la Maremma”, Italia Nostra…)

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ProgettoZERO

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(Riserva della Bufalina, dalla collezione fotosferica Tirrenica360... )

Malaria in Maremma
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