La spiaggia nel cinema italiano

All’interno della rassegna di letture in compagnia del Tirreno e dell’approfondimento sulle spiagge, una pagina dedicata a quelle coinvolte nel cinema italiano. Testo estratto dall’articolo di Christian Uva segue…

Specchio degli italiani

La spiaggia non è solo un territorio fisico e geografico, ma soprattutto un vero e proprio topos nel quale si possono rispecchiare in forme più o meno evidenti le caratteristiche sociali, antropologiche e identitarie di un popolo.

Sull’arenile italiano viene messo a nudo, con tutte le sue storiche e insanabili contraddizioni, il “carattere nazionale”. Il set ideale di una moltitudine di opere capaci di mettere in scena e interpretare con una peculiare nitidezza i mutamenti storici, sociali e antropologici vissuti dal nostro Paese nel corso del tempo.

Nel regime fascista i lidi italici vengono esaltati in quanto sorta di “terra promessa”. Con la miriade di corpi seminudi dei bagnanti intenti a trascorrere sui nostri litorali le ore libere dal lavoro si mira a celebrare il culto del corpo e della salute fisica.

Spiaggia e Boom

Bisogna attendere il 1950 di Domenica d’agosto di Luciano Emmer affinché il mare, la riva e le attività che vi si svolgono in una tipica giornata festiva d’estate diventino il tema centrale di un’opera di finzione, segnando il principio di una nuova stagione cinematografica che a sua volta è lo specchio del rinnovamento vissuto dal nostro Paese in quegli anni. La “condizione balneare” descritta da Emmer è quella in cui il rimosso della guerra, e l’immaginario a esso connesso, mutano di segno in un’Italia che ora vuole letteralmente lavarsi di dosso la polvere delle macerie della guerra.

Negli anni successivi il topos della spiaggia va gradualmente accentuando il suo carattere multiforme nel quale ciò che è radioso, festoso, rassicurante e familiare convive con il suo risvolto più perturbante e oscuro. A tenere insieme il tutto è la dimensione di vera e propria arena che il litorale va acquisendo in termini di luogo di esercizio dello sguardo e della performance, di messa in mostra di rituali sociali e di fenomeni più o meno bizzarri. Da un lato, ecco allora un’opera paradigmatica come La spiaggia (1954) di Alberto Lattuada in cui la riva si fa arena sociale all’ennesima potenza, acquisendo una coloritura persino politica e assurgendo in tal senso a lucida metafora dell’Italia pre-boom economico. Dall’altro, si faccia invece riferimento alla gran parte della filmografia di Federico Fellini, nella quale lo spazio litoraneo, assumendo spesso i connotati del set o dell’arena circense, si fa orizzonte immaginifico ed espressionista, metafisico e simbolico, arcaico e atemporale.

Con l’avvento del boom economico la spiaggia diventa nel cinema italiano un “luogo comune” talmente ricorrente da determinare la nascita di un vero e proprio filone balneare. Vacanze a Ischia (1957) di Mario Camerini, Tipi da spiaggia (1959) di Mario Mattoli, Ferragosto in bikini (1960) di Marino Girolami, Frenesia dell’estate (1964) di Luigi Zampa sono solo alcuni dei titoli più rappresentativi di una serie di pellicole in cui si mette in bella mostra l’Italia sovreccitata dal nuovo corso storico, sociale ed economico nel quale essa è appena entrata. La riva vi si ufficializza come territorio di totale sospensione dei codici che regolano moralmente e socialmente la vita ordinaria e in cui trionfa una dimensione carnevalesca alla quale si ha democraticamente accesso purché si sia (s)vestiti in costume (da bagno).

Nello stesso periodo anche un caposaldo della commedia all’italiana come Il sorpasso (1962) di Dino Risi celebra nella sua sezione finale il rito delle vacanze al mare che si fa ideale occasione per fotografare in modo lucido e impietoso l’Italia alle prese con la vorticosa accelerazione sociale e storica impressa dal boom economico.

Nel corso degli anni Sessanta le rive del nostro cinema si cominciano  a trasformare in scenari di un’inesorabile deriva in cui si condensa un sostanziale scetticismo nei confronti del processo di modernizzazione vissuto dal Paese. Ecco allora un’altra opera paradigmatica di Risi come L’ombrellone (1965), film che, pur rientrando a pieno titolo nel filone della commedia balneare, ne propone il ribaltamento grottesco dei motivi centrali rappresentandone di fatto il canto del cigno. Qui la spiaggia non è più il solare, quantunque illusorio, approdo di un viaggio fisico ed esistenziale (come ne Il sorpasso), bensì il luogo simbolo di una vera e propria degenerazione della condizione umana.

Negli anni successivi il paesaggio della riva si va facendo sempre più orizzonte fuori dalla Storia.  Svuotato delle consuetudini e degli accessori propri delle pratiche del tempo libero così come esse sono state ritualizzate durante il miracolo economico, spesso in quanto spazio d’ambientazione di vicende in cui l’umanità torna a una sorta di arcaica quanto ferale condizione primigenia, come accade paradigmaticamente in buona parte del cinema di Marco Ferreri.

Decadenza

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei settanta, mentre da un lato il cinema italiano scopre nuovi orizzonti balneari, vergini e incontaminati come ad esempio quelli della Sardegna (per tutti si veda nel 1974 il caso di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller), dall’altro esso mostra la condizione di inquinamento a cui le coste della penisola sono andate fatalmente incontro, facendosi ricettacolo delle scorie, fisiche e simboliche, prodotte dalla modernizzazione, come viene mostrato impietosamente in varie sequenze di Dramma della gelosia (1970) di Ettore Scola e In nome del popolo italiano (1971) di Dino Risi.

La decadenza del terrorismo e della violenza politica interessa la stessa condizione balneare, come sancisce l’emblematico Casotto (1977) di Sergio Citti, vera e propria fenomenologia del capanno balneare che, in quanto tale, costituisce la radicale quanto claustrofobica negazione del concetto stesso di spiaggia quale metafora di libertà ed evasione.

Bisognerà aspettare il 1983 di Sapore di mare di Carlo Vanzina per ritrovare quello che forse è l’ultimo vero beach movie all’italiana. Rappresentando infatti l’occasione per un tentativo di ripresa della commedia balneare, questo film è proiettato in un passato prossimo e insieme ormai remoto che coincide con l’età d’oro delle pellicole estive di ambientazione marinara di cui, adottandone lo scenario e la struttura narrativa, riprende e omaggia le atmosfere. È la compianta Italia dei sixties quella raccontata in Sapore di mare il cui “Eden” diventa per antonomasia sinonimo di un’estate che, nel periodo del “riflusso”, assume i connotati della solare stagione-rifugio seguente al lungo e rigido inverno degli anni di piombo.

La spiaggia ha successivamente potuto giovarsi di un consolidamento della propria funzione topica, tornando “in circolo” più volte e a vario livello sul grande e sul piccolo schermo. Da Ferie d’agosto (Paolo Virzì, 1996) a Come un gatto in tangenziale (Riccardo Milani, 2017), replicando in parte schemi del passato, gli arenili non hanno perso la loro funzione di spazi liminali capaci di condensare i vizi e i vezzi degli italiani così come le trasformazioni sociali, economiche e politiche del Paese.

Nel contempo essi si sono progressivamente caricati di una radicale dimensione ferale esibendo, in crime series diventate cult come Gomorra (2014-2021) e Suburra (2017-2020), la propria canonica funzione di frontiera in questo caso declinata nei termini del confine ultimo tra legalità e illegalità.

Il cinema italiano, tra finzione e documentario, ha riflettuto a più riprese e con moduli stilistici di volta in volta diversi sullo statuto di confine assunto dalle nostre coste e interpretato ora nei termini di un’interfaccia funzionale alla mediazione fra i popoli, ora, al contrario, in quelli di uno sbarramento atto all’esclusione e al rigetto verso il mare dell’estraneo.

In entrambi i casi è la secolare condizione liminale tra speranza e disillusione, libertà e oppressione, apertura e chiusura quella che il topos della spiaggia ha continuato a interpretare con una potenza drammaturgica e una carica immaginifica del tutto uniche.

Extra

Spiagge

> Cosa sarebbe un mare senza una spiaggia? Al termine di un temporale o all’avvicinarsi di un tramonto, tra un bagno rinfrescante e una passeggiata sul bagnasciuga. Che sia in piena estate o d’inverno. Profumi e cantilene che portiamo dentro una generazione dopo l’altra. Diversi itinerari in bici lungo la futura ciclovia Tirrenica ci permettono di avvicinare la meraviglia dei granelli di sabbia.  segue...

Letture

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> Il Tirreno è un teatro che racconta mille incontri. Le memorie storiche si intrecciano con gli scenari naturali, imprimendo a terra le tracce di visioni da rievocare, un pedale alla volta. Seguendo in bici il mare e i suoi tematismi. Spiagge, fari, pinete, zone umide, promontori, miniere, …. quante storie siete pronti ad ascoltare? segue...

Progetto TirrenicaZERO

> Un progetto per provare, dal basso, ad aggregare informazioni per partire in bici lungo la futura CicloVia Tirrenica. In attesa di un sito ufficiale che ci lasci liberi di pedalare, aiutateci a rendere questo spazio utile a tutti coloro in cerca di itinerari da Ventimiglia a Roma (...e oltre) segue...

Il vostro contributo

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(Lido di Camaiore, dalla collezione fotosferica Tirrenica360... )

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