La storia della malaria e del suo controllo sono intimamente legate al nostro Paese. Per molti secoli, infatti, questa malattia  ha pesantemente condizionato  la salute delle popolazioni, nonché lo sviluppo sociale, demografico ed economico di numerose regioni.

È che la malaria v’entra nelle ossa col pane che mangiate, e se aprite bocca per parlare, mentre camminate lungo le strade soffocanti di polvere e di sole, e vi sentite mancar le ginocchia, o vi accasciate sul basto della mula che va all’ambio, colla testa bassa. Invano Lentini, e Francofonte, e Paternò, cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle. (“Malaria”, Verga)

Storia della malaria

All’interno della rassegna di letture in compagnia del Tirreno e dell’approfondimento sulla bonifica, una pagina dedicata alla malaria.

Testo estratto da zanzare.ipla e “La profilassi chininica agli inizi del XX secolo

Secoli di paludi

La storia della malaria e del suo controllo sono intimamente legate al nostro Paese. Per molti secoli, infatti, questa malattia ha pesantemente condizionato  la salute delle popolazioni, nonché lo sviluppo sociale, demografico ed economico di numerose regioni.  Presente almeno dal I secolo dopo Cristo, per oltre mille anni fu creduta una delle nefaste conseguenze delle “male arie” scaturite dalla aree palustri, soprattutto costiere, della penisola.

Principalmente colpite dall’endemia erano le aree paludose e salmastre dei litoranei, ma non risultavano incolumi da territori malarici il Piemonte, la Lombardia e l’Umbria. Ancora nel 1915, a distanza di 35 anni dalle prime inchieste nazionali sull’incidenza della malaria nel Regno di Italia, ben 15 Regioni su 16 ne risultavano interessate.

In 12 regioni l’endemia era in rapporto diretto con territori paludosi, che risultavano per gran parte dell’anno spopolati ed improduttivi. Solamente in Piemonte ed in parte in Lombardia, la malaria era correlata alla fiorente produzione risicola. All’interno dei confini nazionali, così come erano configurati all’inizio del XX secolo, la sola Liguria, grazie  alle sue caratteristiche orografiche, presentava un ambiente sfavorevole all’ impianto stabile di fattori malariogeni.

Di conseguenza, molti studiosi si dedicarono a cercare di comprendere e risolvere l’immane problema. Giovanni Maria Lancisi, anatomista, patologo e clinico romano del XVIII secolo, avendo osservato che gli insetti più frequenti nelle paludi pontine erano le zanzare,  avanzò l’ipotesi che molto probabilmente alcuni “esseri animati” potessero passare dall’insetto al sangue dell’uomo. Tali “esseri” furono identificati solo nel 1880 da Charles Louis Alphonse Laveran, medico militare francese, e definiti come “plasmodi” dagli italiani Ettore Marchiafava e Angelo Celli.

(Agro romano e pontino, in una mappa del Lancisi, 1716)

La fine dell’ 800 rappresenta una fase storica “di passaggio”, fu allora che  le  scoperte scientifiche di Laveran, Ross, Golgi, Celli, Grassi e Bastianelli consentirono di chiarire l’eziopatogenesi della malattia.

In quel periodo, in Italia la mortalità annuale per questa malattia  era stimata in circa 10/15 mila persone, la maggior parte bambini. Le regioni del Sud con le isole pagavano allora il più alto tributo. Le prospettive rimasero drammatiche ancora per decenni: l’endemia malarica avrebbe rappresentato nel mezzogiorno e nelle isole un’importante causa di morte, oltre che di arretratezza economica e civile.

(Sardegna, 1948)

La lotta per l’affrancamento dalla malaria rivestì dunque significati che andarono oltre l’aspetto squisitamente sanitario, coinvolgendo sul piano politico i più importanti scienziati italiani del settore. La classe politica dirigente comprese la  gravità della situazione grazie all’apporto di scienziati come Golgi, Celli e Grassi e prima ancora per merito di Torelli.

Storicamente, lo sviluppo demografico ed urbanistico nel  centro, sud e isole si è concentrato nelle  zone salubri delle alture. La popolazione raramente scendeva a valle, nei territori insalubri.

Le zone malariche erano infatti  frequentate stagionalmente e solo da limitate categorie di lavoratori: pastori, pescatori, barcaioli e braccianti agricoli. In particolare, i braccianti avevano maggiore probabilità di ammalarsi. Durante l’estate, infatti,  erano soliti a dormire in casolari nei pressi dei campi, lontani dalla propria abitazione sulle colline.

Italia Unita

Con l’Unità d’Italia, l’espansione demografica  e la formazione di un mercato nazionale cerearicolo incrementarono le migrazioni stagionali. I ceti più poveri, già soggetti ad un maggior rischio a causa dei lavori bracciantili,  furono sempre più attratti, nei mesi estivi, in queste aree a rischio.

Tutti gli altri nella pianura, sin dove arrivavano gli occhi, provavano un momento di contentezza, anche se nel lettuccio ci avevano qualcuno che se ne andava a poco a poco, o se la febbre li abbatteva sull’uscio, col fazzoletto in testa e il tabarro addosso. Si ricreavano guardando il seminato che veniva su prosperoso e verde come il velluto, o le biade che ondeggiavano al par di un mare, e ascoltavano la cantilena lunga dei mietitori, distesi come una fila di soldati, e in ogni viottolo si udiva la cornamusa, dietro la quale arrivavano dalla Calabria degli sciami di contadini per la messe, polverosi, curvi sotto la bisaccia pesante, gli uomini avanti e le donne in coda, zoppicanti e guardando la strada che si allungava con la faccia arsa e stanca. E sull’orlo di ogni fossato, dietro ogni macchia d’aloe, nell’ora in cui cala la sera come un velo grigio, fischiava lo zufolo del guardiano, in mezzo alle spighe mature che tacevano, immobili al cascare del vento, invase anch’esse dal silenzio della notte. – Ecco! – pensava “Ammazzamogli”. Tutta quella gente là se fa tanto di non lasciarci la pelle e di tornare a casa, ci torna con dei denari in tasca. (“Malaria”, Verga)

Così i migranti, una volta ritornati al paese d’origine, favorivano la diffusione dell’infezione. Alla fine dell’Ottocento, le zone malariche coincidevano con le aree agricole coinvolte nella migrazione stagionale di manodopera. Il Foggiano, l’Agro Romano, le aree agricole di Caltanissetta, Catania, Girgenti, Siracusa, Cagliari erano la meta stagionale di decine di migliaia di lavoratori.

(pescatori di rane)

Questi lavoratori, scarsamente alimentati,  spossati dal lavoro  e costretti a  vivere in ricoveri all’aperto, erano facile preda della malaria. Osservava un medico contemporaneo: “se tali zone si devono considerare i veri serbatoi del virus malarico, gli emigranti sono, per conto loro, i principali propagatori del morbo”.

I primi studi seri relativi alla malaria, si riferiscono al 1879-80, quando la Commissione d’inchiesta per l’esercizio ferroviario, presieduta dal Senatore Luigi Torelli, aveva vagliato le condizioni igieniche lungo le linee ferroviarie. Il fine era quello d’intervenire, preventivamente, per assicurare la protezione dei dipendenti delle ferrovie.

Su 8.331 km di strade ferrate, al 1° gennaio 1879, quasi la metà si trovavano in zone malariche,  di cui oltre 1000 Km in zone classificate di malaria grave.  I territori maggiormente colpiti dalla malaria grave erano prossimi alle spiagge. In settentrione, ad esclusione del litorale veneto, prevaleva la malaria lieve. Nel meridione, Maremma e litorale laziale inclusi, era invece endemica la malaria grave.

(malaria in Italia, 1882)

La politica ferroviaria perseguita veniva additata come motivo d’aggravamento del contagio malarico, sia per la formazione incontrollata di focolai d’infezione (collegati alle costruzioni delle stazioni ferroviarie in zone ad alto rischio),  sia per il taglio dei boschi (il legname serviva primariamente per le traversine delle rotaie),  che  incrementava il degrado delle zone collinari e montane. Le acque, in autunno ed in primavera tracimavano dai fiumi, impaludando le  zone del centro e sud Italia storicamente soggette alla malaria.

Il disboscamento selvaggio veniva praticato già da alcuni secoli, ma l’accelerazione rilevata nella seconda metà dell’Ottocento coincise con la modifica dell’assetto idrogeografico causato dall’espansione della rete ferroviaria. Si attribuiva l’espansione della malaria nel Sud, alla politica economica intrapresa tra il 1860 ed il 1890, sottolineando l’interdipendenza tra l’andamento dell’endemia, il paesaggio agrario sacrificato al latifondo, il dissesto idrogeologico tradizionale e le condizioni sociali delle campagne. Si ipotizzava che l’endemia preesistente avesse trovato, sulla base delle nuove scelte economiche, ulteriori motivi per consolidarsi ed estendersi.

Alla manodopera nei campi si aggiunse quella per la costruzione delle linee ferroviarie,  infrastrutture determinanti per facilitare i primi tentativi di sviluppo. I cantieri  attraevano in aree ad alto rischio, lavoratori che non avevano mai avuto in precedenza contatti con l’infezione. La costruzione della ferrovia Taranto Reggio-Calabria, sul litorale ionico, costituì in questo senso uno degli esempi più negativi. Le vittime durante la costruzione di questa tratta furono numerose ed i ricavi pratici, come si sottolineò all’epoca, modesti. Il saldo negativo  era causato principalmente dalle assenze per malattia che il personale ferroviario accusava.

(ferrovia nell’agro pontino)

La grave situazione era peggiorata dal contesto culturale. Ignoranza, superstizione ed analfabetismo erano diffusi, costituendo ostacoli insormontabili per il miglioramento delle condizioni di vita di queste popolazioni.

In Calabria la superstizione era profondamente radicata: si usava portare un piccolo ragno, serrato vivo fra due mezzi gusci di noce, appeso al collo con un nastrino o con un laccio. Questa “presenza” avrebbe consentito di preservarsi dalla malaria.

Nell’Agro Romano e nelle Paludi Pontine i bambini piccoli, colpiti da febbri malariche venivano sottoposti, ancora nel 1910, alla pratica dell’infornata che consisteva nell’introdurre il bambino febbrile e delirante nel forno, dopo aver sfornato il pane. Se il bambino resisteva a questo “trattamento” significava che si sarebbe potuto salvare, in caso contrario…

Oltre alle genti povere ed ignoranti, vittime dell’incoltura erano  anche i proprietari terrieri spesso resistenti a qualsiasi cambiamento.

La malaria incideva pesantemente sulla questione contadina ed ancora di più sulla questione meridionale. Il litorale e le piane paludose non erano sfruttate. Angelo Celli da diverso tempo sosteneva che la vera causa dei fallimenti dei tentativi per bonificare la campagna romana era la malaria, che ipotecava la già precaria salute della popolazione.

L’endemia malarica continuava ad impedire ogni forma di risanamento e rendeva sterili i provvedimenti legislativi che favorivano gli interventi dello Stato. Celli osservava: “Nessuno voleva credere che, proprio dal 1870 ai primi di questo secolo, la malaria, terribilmente infierendo, scacciava di campagna ogni mano d’opera nei mesi estivo-autunnali, distruggeva la stessa antica coltura suburbana di orti, vigne e frutteti, risospingeva il prato incolto e le greggi di pecore fin sotto le mura, insidiava gli stessi quartieri periferici, vecchi e nuovi, della città, proprio allora che se ne moltiplicavano più rapidamente gli abitanti ed i consumatori.

Tra il 1885 e il 1898, la ricerca italiana segnò importanti progressi.  Il bresciano Camillo Golgi  scoprì il ciclo evolutivo del parassita e  la causa dell’intermittenza delle febbri malariche.  Nel 1898 il comasco Giovanni Battista Grassi arrivò a stabilire che la malaria umana veniva trasmessa solo dalle zanzare del genere Anopheles. I suoi studi si erano concentrati nella campagna romana, in cui la malaria aveva particolare intensità. Si impegnò personalmente nella cattura di diverse specie di zanzare presenti nelle paludi della campagna intorno a Fiumicino. I contadini che vivevano in quelle zone raccontavano, infatti, di essere molestati soprattutto da un tipo di zanzara piuttosto grande, con ali grigie e macchiate, che faceva la sua comparsa al tramonto fino a tutta la notte.

(precauzioni a Nettuno)

Grazie alle scoperte di quegli anni pionieristici, iniziarono a moltiplicarsi in tutto il mondo le iniziative dirette al controllo del vettore. La prima campagna di profilassi fu realizzata in Brasile nel 1905.

Nel 1899, nella Campagna Romana Celli organizzò  due stazioni sperimentali:  una a Maccarese ed una alla Cervelletta. Fu anche grazie al suo impegno politico che furono varate dal Parlamento le Leggi sul Chinino di Stato. Con la moglie sviluppò   una tenace propaganda divulgativa, nonché educativa, nelle Scuole e nelle campagne fra i braccianti. I coniugi erano infatti convinti che per potere praticare efficacemente la profilassi chininica, si dovesse ottenere un miglioramento delle condizioni culturali delle popolazioni, alfabetizzandole.

(laboratorio anti malaria a Nettuno, 1920)

XX Secolo

In Italia, all’inizio del XX secolo le aree malariche si estendevano per quasi 7 milioni di ettari interessando oltre 2600 comuni (pari al 3,7% dell’intero Paese). La Sardegna e la Sicilia erano le regioni più colpite, totalizzando  il 70% dei casi nazionali.

(ricerche nelle zone paludose)

L’elevato numero delle zone malariche e la pericolosità del fenomeno, indussero il governo italiano a codificare una legislazione sulla malaria (adottata poi integralmente anche da altri Paesi), avente come duplice finalità l’intervento profilattico e terapeutico, diretto alle persone residenti in zone malariche, e l’intervento sull’ambiente, per abbattere la circolazione dell’anofele.

Con le Leggi istituite tra il 1901 ed il 1907, rimaste in vigore fino al 1923,  lo Stato si attivò per realizzare un idoneo programma di profilassi diretta, sia mediante la difesa meccanica delle abitazioni, sia attraverso l’adozione di specifiche misure di bonifica e di lotta antilarvale.

Alla produzione e distribuzione gratuita del chinino  ai lavoratori delle zone malariche, si aggiungeva la disponibilità dello stesso a prezzi ridotti per tutta la popolazione (chinino di Stato).  Per aumentare la circolazione del farmaco vennero mobilitate le congregazioni di carità, le autorità provinciali, le amministrazioni comunali, i medici condotti e gli ufficiali sanitari. Campagne di chinizzazione furono intraprese nelle caserme, negli uffici pubblici ed a favore del personale ferroviario .

Nell’Agro Romano, ove erano state fondate le prime scuole rurali e festive per i contadini,  i maestri erano coinvolti in prima linea. Oltre ad  alfabetizzare, si proponevano anche di distribuire agli alunni il chinino (a scopo preventivo e curativo) e d’introdurre la profilassi con barriere fisiche (tra cui le zanzariere).

L’intento era quello di influire positivamente sulla popolazione, rendendola più cooperante con i sanitari. Celli, infatti,  ascriveva la diffusione di malattie gravi, come la TBC, la malaria e la sifilide, alle tristi condizioni economiche, alle abitazioni insalubri, alla sporcizia, all’insufficienza ed alla cattiva qualità dell’alimentazione. A distanza di trenta anni dalla fondazione delle prime scuole rurali, scriveva nel 1930 un docente: “La popolazione rurale è generalmente restia a curarsi, si deve al lavoro davvero paziente di persuasione che queste assistenti sanitarie esplicano, se nella maggior parte dei casi si riesce a raggiungere lo scopo…”.

(scuola anti malaria a Nettuno)

La scelta della chinizzazione, che aveva l’obiettivo d’interrompere  il circuito uomo-zanzara-uomo, fu dettata anche da motivi di carattere politico. Le resistenze opposte dai proprietari e dalle amministrazioni comunali, che nel Mezzogiorno erano dominate dagli stessi interessi dei ceti agrari parassitari,  ostacolavano infatti  le attività di bonifica, necessarie per un efficace contrasto alla malaria. Lo stesso Angelo Celli, inizialmente convinto che la strada da perseguire fosse quella delle riforme sociali e delle trasformazioni agricole, resosi conto delle importanti resistenze del mondo agrario, optò verso la capillare diffusione del chinino.

Alla profilassi chininica, si aggiungeva quella meccanica. Infatti si ottennero risultati incoraggianti posizionando reti alle finestre e adottando maschere e guanti per le attività in ore pericolose.

Per la distruzione delle uova e delle larve di Anopheles nei bacini acquei, in Italia in quegli anni erano stati tentati due metodi. Il primo, più ecologico, consisteva nella piscicoltura con specie nostrane ed esotiche particolarmente voraci di larve e uova. L’altra tecnica, tentata inizialmente nell’arsenale di Taranto, consisteva nella petrolizzazione. Si versavano piccole quantità di petrolio nei bacini acquei in modo che, costituendosi in superficie un sottilissimo strato d’idrocarburo, si condizionava negativamente la vitalità delle uova e lo sviluppo delle larve. Ma questi metodi presentavano un limite: potevano essere praticati solo in bacini relativamente estesi, risultando impraticabili nelle pozze d’acqua ed in tutte quelle microraccolte che nell’ambiente malarico costituivano, percentualmente, la parte più significativa dei santuari larvali.

In quegli anni d’inizio secolo, nelle aree salubri  vennero istituite colonie per bambini malarici. Erano i figli dei contadini che, vivendo in condizioni di rischio,  risultavano predisposti al contagio ed erano difficili da curare. Così venivano descritte le difficoltà che si incontravano: “…bisogna avvezzarli a prendere per anni e anni chinino… nel caldo cocente dell’estate, è disastroso anche per gli stomaci più robusti. Se poi si ammalano in campagna nel colmo dell’opera agricola, non hanno chi li assista; i genitori non rinunciano certo ad una giornata di lucro…

Notevole importanza assunse la trasformazione fondiaria (1920)  e la bonifica “integrale” (1935). Infatti, la nuova legislazione, all’obiettivo della bonifica idraulica, accompagnata dagli interventi antianofelici che le leggi precedenti individuavano come determinanti, affiancava quello della bonifica agricola e del miglioramento fondiario, ossia quel complesso di opere che tendevano a creare nel terreno le condizioni necessarie per essere utilmente coltivato. Si riteneva infatti, che la malaria sarebbe stata definitivamente debellata dalla coltivazione intensiva, unico rimedio in grado di assicurare un risanamento stabile del suolo.

(zone malariche nel 1932)

Grazie alle attività di bonifica, in molte zone l’infezione malarica si era ridotta, in altre era scomparsa. Tendeva a restare sempre più circoscritta all’Italia meridionale e insulare e le Regioni più colpite erano Calabria, Puglia, Lucania, Sicilia e Sardegna. Con la ripresa delle azioni belliche in Italia, nel 1944, cominciò una recrudescenza dell’infezione.
Finita la guerra, grazie al miglioramento delle condizioni economiche, alla ripresa del lavoro agricolo e al ripristino dell’ambiente idrogeologico, si notò la tendenza ad una rapida regressione del fenomeno. Tale regressione fu favorita anche dall’uso del DDT.

Nel 1945, il territorio delle Paludi Pontine fu scelto per condurre il primo esperimento di campagna antianofelica con impiego del DDT, preludio del successivo intervento in Sardegna,  sostenuto dalla Rockfeller Foundation.

I primi risultati del progetto, così eclatanti e immediati, portarono a spendere tutte le energie della lotta antimalarica del Paese nel controllo dell’insetto adulto con DDT. Dal 1946 furono quindi trattate con soluzioni di DDT vaste zone malariche della costa Veneto-Emiliana, dell’Agro Romano, delle provincie di Latina e Frosinone, della Maremma Toscana e varie località della Sicilia. Nel 1947 ebbe inizio un piano quinquennale di lotta antianofelica, impiegando il DDT su tutto il territorio nazionale.

(squadra DDT motorizzata)

In data 21 settembre 1970, fu iscritta dall’OMS nei registri ufficiali dei Paesi liberi da malaria. Il risultato straordinario e immediato della campagna di eradicazione della malaria in Italia, ripetuto con analoghi metodi in Grecia e altri paesi europei, indusse l’OMS a lanciare, nell’ottava Assemblea Mondiale della Sanità, la campagna di eradicazione della malaria nel mondo del 1957-1969. Ma il metodo impiegato in Italia non si poteva applicare in realtà molto differenti sotto l’aspetto ambientale, climatico e socio-sanitario. Così la campagna fallì e più tardi si scoprì che il DDT si bioaccumulava nella catena trofica, con gravi danni per l’ambiente.

(squadre in bici con il DDT)

Le febbri intermittenti

La malaria è una malattia infettiva causata dal parassita Plasmodium. Il vettore principale per la trasmissione di questo parassita è la femmina infetta di zanzara appartenente al genere Anopheles. La malattia può quindi essere trasmessa dalla puntura della zanzara solo dopo che la stessa sia venuta a contatto con un soggetto affetto da malaria.
Prima che l’Anofele diventi infettante, il plasmodio deve compiere un ciclo di sviluppo all’interno della zanzara stessa, che può durare da qualche giorno a qualche settimana.

Quando il parassita entra nell’organismo, raggiunge le cellule del fegato per via sanguigna. Segue un periodo d’incubazione di 7-30 giorni, dopo il quale il parassita entra nei globuli rossi del malato. Quindi, si moltiplica all’interno dei globuli rossi dando luogo a nuove generazioni di parassiti ogni 3 (terzana) o 4 (quartana) giorni, determinandone la rottura entro 48-72 ore e portando alla manifestazione dei sintomi malarici.

I sintomi della malaria appaiono da 7 a 14 giorni dopo la puntura da parte della zanzara infetta e sono di varia natura, mal di testa, vomito, diarrea (sudorazioni e tremori, ecc), comuni, almeno inizialmente, a quelli un’ influenza o ad altre infezioni, ma comunque sempre accompagnati da febbre elevata. Gli accessi febbrili si presentano ciclicamente seguendo il ciclo stesso di riproduzione e moltiplicazione del parassita. segue…

Malaria in Maremma

Due secoli fa, la fascia costiera grossetana registrava una densità di appena 10 abitanti per kmq, numero che, nei mesi estivi, era destinato a scendere a causa dell’estatatura, cioè dell’esodo di massa verso i più salubri centri collinari dell’entroterra, lontano dalla pianura e dallo spettro della malaria. segue…

Paludi, DDT e guerra fredda

Nel 1945 Alberto Missiroli, direttore del Laboratorio di Malariologia dell’Istituto Superiore di Sanità, annunciava al Comitato Provinciale Antimalarico una nuova arma per la lotta alla malaria che avrebbe eradicato la malattia in cinque anni. Si trattava del dicloro-difenil-tricloroetano, a tutti noto come DDT.

Il DDT e la sua utilizzazione sono per l’Italia strettamente legati all’azione degli Stati Uniti d’America, in una politica che fu di guerra, di ricostruzione, di colonizzazione su una scala che non fu solo nazionale italiana ma anche internazionale. segue…

Malaria ai giorni nostri

Testo estratto da fondazioneveronesi.

Che le zanzare (insieme all’essere umano) siano gli animali più letali del pianeta è stranoto. Alcune specie sono infatti responsabili della diffusione di patologie che vanno dalla Dengue alla febbre gialla, dall’encefalite giapponese fino alla malaria. Secondo le stime del  World Malaria Report, nel 2020 ci sono stati 241 milioni di casi di malaria e 627.000 morti. Una piaga dunque che colpisce l’umanità, soprattutto in determinate aree del pianeta, Africa in primis, dove  l’80 per cento dei decessi riguarda bambini da 0 a 5 anni di età.

(malaria nel 1943)

La malaria risale ad almeno cento milioni di anni fa. Una specie di zanzara preistorica  è stata infatti rinvenuta in un campione di ambra cristallizzata trovato in una grotta del Myanmar e risente al Cretaceo centrale. Diverse caratteristiche, comprese quelle relative a vene, proboscide, antenne e addome, indicano che sarebbe l’antenata della zanzara anofele.

I sintomi della malaria venivano riferiti già nel 2700 a.C. Febbre accompagnata brividi, mal di testa, mal di schiena, sudorazione profusa, dolori muscolari, nausea, vomito, diarrea, tosse, aumento delle dimensioni della milza venivano infatti  regolarmente menzionati in manoscritti antichi, a cominciare dagli scritti cinesi. Ma anche testi precedenti come quelli di Sumeri ed Egizi (3500-4000 anni fa) riportavano casi di febbre e ingrandimento della milza e vere e proprie epidemie di febbre mortale.

Nell’antica Grecia la malattia era stata accuratamente descritta da Ippocrate con una precisa distinzione tra febbri intermittenti, terzane e quartane (ogni tre o quattro giorni). Anche la relazione tra malattia, ambiente e presenza di insetti pericolosi era stata ampiamente indicata. Basti pensare alla derivazione del termine stesso per definire questa patologia: “mal aria”. Secondo la medicina ippocratica, febbri remittenti e intermittenti erano causate dall’aria cattiva (mal’aria) e dall’acqua putrida delle paludi, che producevano miasmi in grado di colpire coloro che vivevano intorno a queste aree a rischio.

Anche nell’antica Roma la malaria, denominata non a caso “febbre palustre”, era associata alla presenza di paludi. Marco Terenzio Varrone, nel De re rustica, segnalava il pericolo del vivere nei pressi delle paludi.

Un rimedio fondamentale per la cura della malaria fu il chinino. Sappiamo che, nel corso del XVII secolo, i nativi peruviani fecero conoscere ai coloni spagnoli e in particolare ai missionari gesuiti, l’utilizzo della corteccia dell’albero della Chincona come rimedio per la cura delle febbri. Il chinino è stato per molti anni uno dei più efficaci rimedi contro la malaria.

(dal quaderno dell’ISS)

Nel  2021, in piena pandemia da Covid- 19 OMS ha dato il via libera definitivo all’utilizzo di un vaccino  nei bambini di età inferiore ai 5 anni che vivono in aree a endemia moderata e elevata.  La vaccinazione potrebbe prevenire ogni anno milioni di casi e molte migliaia di decessi nei bambini». Imprescindibile e fondamentale dunque sempre l’utilizzo delle zanzariere (impregnate di repellente). Molte sono le campagne di sensibilizzazione per la distribuzione e il loro uso corretto (da parte di ONG, tramite progetti locali, alcuni governi africani e non).

Ingegneria genetica

Superquark, La malaria – 28/06/2017
Nessuna malattia ha ucciso più persone della malaria, ma una nuova forma di ingegneria genetica promette di eliminarla per sempre. Ci riuscirà? Giovanni Carrada e Giulia De Francovich sono andati negli Stati Uniti nei laboratori dell’equipe di ingegneri che stanno provando a eliminare il gene della malaria. segue…

Extra

Bonifiche in Italia

> La lotta alla malaria per la sopravvivenza umana e il recupero produttivo del suolo hanno rappresentato nell'Italia Centrale i moventi di una secolare attività bonificatrice. Le ristrette pianure alluvionali litoranee, infatti, nei secoli sono state soggette al ristagno delle acque. Un immenso deposito di fatiche, conquistato dall'uomo una stagione dopo l'altra. segue... 

Maremma

> “La Maremma non solo rappresenta un importante campione residuo dell’ambiente naturale mediterraneo, dalla costa alle zone umide, dalla macchia mediterranea ai boschi delle Colline Metallifere e del Monte Amiata (1.738 m), ma anche una terra ricca di storia, personaggi e tradizioni rurali “raccontate” dal paesaggio suggestivo, dalle feste popolari e dai resti archeologici: dal Parco dell’Uccellina al paesaggio agricolo della pianura bonificata a quello collinare impreziosito dai villaggi medievali arroccati sulle colline, alcuni di età ellenistica, e dai resti di civiltà etrusche e romane. La Maremma, poi, assieme al Gennargentu e al parco del Pollino, fa parte degli unici tre territori in Italia in cui si può godere del buio primordiale e da dove è ancora possibile ammirare il cielo notturno in assenza totale di luce”. La Maremma, ha un equilibrio delicato che può essere tutelato solo se affrontato e valutato nella sua interezza; è la Camargue italiana con la stessa importanza e peso a livello europeo, e non solo, della sorella francese." (Testo tratto da “Salviamo la Maremma”, Italia Nostra…)

Letture

> Boom economico, bonifiche, colonie estive, divinità, idrovolanti, ... letture da sfogliare nelle pedalate lungo il Tirreno segue...

Percorsi tematici

> Il Tirreno è un teatro che racconta mille incontri. Le memorie storiche si intrecciano con gli scenari naturali, imprimendo a terra le tracce di visioni da rievocare, un pedale alla volta. Seguendo in bici il mare e i suoi tematismi. Spiagge, fari, pinete, zone umide, promontori, miniere, …. quante storie siete pronti ad ascoltare? segue...

Progetto TirrenicaZERO

> Un progetto per provare, dal basso, ad aggregare informazioni per partire in bici lungo la futura CicloVia Tirrenica. In attesa di un sito ufficiale che ci lasci liberi di pedalare, aiutateci a rendere questo spazio utile a tutti coloro in cerca di itinerari da Ventimiglia a Roma (...e oltre) segue...

Il vostro contributo

> Innamorat@ anche voi delle pedalate vista mare? Date una occhiata al progetto e alla squadra operativa. Partecipate con passaparola, proposte, feedback, ... Le amministrazioni non vedono le potenzialità della CicloVia? Mostriamo loro il contrario. Facciamo conoscere insieme la futura Tirrenica. segue...

(foce dell’Arrone, dalla collezione fotosferica Tirrenica360... )

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