Chi non porta con sé il profumo della resina al sole? Chi non ha scrutato il cielo attraverso le chiome pungenti? Proviamo a raccogliere i percorsi che ci portano alla scoperta delle pinete del Tirreno.

Pinete

“Fin dalla loro creazione alla fine del ‘700, le pinete costiere hanno fornito all’uomo la loro ombra, il frutto e il legname, contribuendo allo stesso tempo alla stabilità delle dune costiere.
In passato, sotto le pinete vi era solo prato, e la presenza delle bestie vaccine era sufficiente a garantirne la pulizia e il mantenimento. Adesso, invase come sono dalla vegetazione spontanea,
queste importanti ricchezze naturalistiche sono in serio pericolo. Tale patrimonio troppo spesso viene dato per scontato. Invece è fragile e potrebbe andare perduto per sempre. È nostro dovere consegnarlo alle generazioni future così come noi lo abbiamo ricevuto, non limitandoci ad un semplice miope sfruttamento senza prospettive. L’azione di coordinamento delle autorità in questo campo è urgente e doverosa. La pineta, trascurata e bisognosa di urgenti cure e di potature, rischia a termine di scomparire.” segue…

Chi non porta con sé il profumo della resina al sole? Chi non ha scrutato il cielo  attraverso le chiome pungenti? Proviamo a raccogliere i percorsi che ci portano alla scoperta delle pinete del Tirreno.

Fotoracconto

(alcuni scatti pedalando nelle pinete del Tirreno)

Elenco dei percorsi

Pedalare all’ombra di una pineta, accompagnati dalla maestosità di alberi secolari a pochi metri dalla spiaggia.  La costa tirrenica custodisce un immenso patrimonio da  scoprire in sella alla bici   segue…

Approfondimenti

Dune e Pinete

Testo estratto da Gli habitat delle coste sabbiose italiane,  ISPRA 2015

Sui litorali in buono stato di conservazione si può riconoscere una ben definita zonazione (o sequenza) della vegetazione in cui si susseguono comunità vegetali con ben definiti caratteri floristici, fisionomici, strutturali ed ecologici. Lungo la zonazione dunale costiera troviamo i seguenti habitat: spiaggia emersa, dune embrionali e della duna non consolidata, versante interno della duna non consolidata e della duna fissa.

(da Liferedune)

In Italia le pinete  occupano il settore dunale più interno e stabile  e sono il frutto dell’opera di rimboschimento dell’uomo, in sostituzione dei boschi a querce sempreverdi,   impiantate in tempi diversi  e ormai diventate parte integrante del paesaggio costiero italiano.  Storicamente le pinete costiere sono state create e mantenute dall’uomo per diversi scopi, tra i quali la necessità di difendere dai venti marini i terreni coltivati retrostanti, la produzione di pinoli e l’utilizzo del legname e della resina. In alcune regioni d’Italia sono presenti pinete di interesse storico che hanno assunto valore culturale, paesaggistico, ma anche ecosistemico. In Italia sono poche le pinete ritenute naturali, tra queste in Sardegna le formazioni a Pinus halepensis del Golfo di Porto Pino, o quelle a Pinus pinea di Portixeddu-Buggerru.

Pino domestico

Specie rustica, si adatta ai suoli, preferendo quelli freschi e sabbiosi ed evitando quelli con ristagni umidi. Arriva fino a 200 anni e oltre di età, ma solitamente le pinete artificiali vengono rinnovate dopo 100 anni circa, quando comincia a diminuire la produzione di pigne da pinoli e le piante ad essere facilmente soggette a marciumi radicali e del legno.

L’areale del pino domestico è tipicamente mediterraneo. La sua distribuzione è considerata frutto di esigenze culturali, tese a sfruttare prevalentemente la produzione di pinoli. La maggior parte dei popolamenti ad oggi presenti sono quindi da considerare di origine artificiale. Nel Lazio la sua presenza è documentata a partire dall’epoca romana. Attualmente dalla costa, dove è presente in numerose pinete litoranee, si spinge all’interno  risalendo le colline fino a 600 metri.

(Tombolo di Cecina, dalla collezione fotosferica Tirrenica360... )

La pioggia nel pineto

Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.

 

Incendi e Canadair

Testo estratto dal post di Mario Giardini su “Noi soccorritori

Quando gli vai vicino, ti accorgi che è veramente un aereo brutto. Sporgenze, asperità, angoli, rivetti a profusione, vernice dello scafo scrostata dai mille ammaraggi, dadi e viti che sporgono allegramente qua e là. E l’ala, alta, che non mi piace per niente.  Chi sarebbe questo mostro? E’ il Bombardier Amphibious 415, noto da noi con il nome di Canadair. Vecchio nome, in quanto la Canadair Aircraft non esiste più: fu incorporata dalla Bombardier nel 1991, se non vado errato.

Il vecchio modello, il CL 215, era stato concepito nel lontano 1960, in Canada, per combattere il fuoco cui andavano soggette le sterminate foreste di quel Paese. Unico aeroplano al mondo che sia stato progettato espressamente per volare sugli incendi e combatterli. E’ una macchina  capace di imbarcare un totale di circa 6200 litri di acqua e ritardanti. Ma lo fa in una maniera molto speciale: ammarando su uno specchio d’acqua e, senza fermarsi, dopo avere riempito i serbatoi, ridecollando sullo slancio. Credo che alla maggior parte delle persone sfugga la pericolosità di questa manovra.

L’aereo si predispone all’ammaraggio. Ciò significa ali livellate, perfettamente livellate. Bisogna scegliere accuratamente la traiettoria rispetto alle onde. Perché basta un’onda di mezzo metro, presa male, per rovesciarsi, essendo questa una manovra che si fa ad una velocità di circa 166 e rotti km/h. Nel momento in cui lo scafo tocca l’acqua, il pilota apre una serie di paratie poste nella fusoliera. Risultato: in 7-10 secondi si imbarcano oltre 6000 litri d’acqua, l’aereo si appesantisce di più di 6 tonnellate, il pilota ridà tutto motore e ridecolla, diretto all’incendio.

Arrivato sull’area d’intervento,  plana sul fuoco, e sgancia il carico. Semplice? Per niente. La velocità di stallo del Canadair, full flap, è di 68 nodi. L’aria sopra un incendio è calda, turbolenta, quasi sempre piena di fumo. A causa della ridotta densità dell’aria, la portanza dell’aereo, cioè la forza che lo mantiene in volo, si riduce, talvolta drasticamente. Inoltre, se l’aereo è in virata, la velocità di stallo aumenta. Il risultato di tutto ciò è che 105 nodi potrebbero non bastare a generare una portanza pari al peso dell’aereo, che stalla. Siccome si è vicini al terreno, non c’è la quota ed il tempo necessari per rimediare allo stallo. Se s’innesca una vite, è anche peggio. Accade? Sì, purtroppo. E accadrà ancora. Tutte le attività umane sono, in qualche modo, pericolose. Questa è particolarmente pericolosa.

(foto da sangavinomonreale.net)

Pilotare un Canadair antincendio è dunque, un mestiere difficile, pericoloso, e, mi risulta, non remunerato abbastanza. Per chi abita a Roma non è infrequente vederli sul lago di Albano. D’inverno, per il training. D’estate, per imbarcare acqua. Albano è un lago sulla bocca di un vulcano (spento, si spera) dal diametro di circa 3 Km. Tutto intorno, pareti rocciose circondano il lago, alte da 90 a 120 m sulla superficie dell’acqua. Per rendersi conto: immaginate di decollare dalla pista 25 di Fiumicino e di vedere, prima della fine della pista, un edificio di 40 piani. Il Canadair di solito arriva lasciando a destra Castelgandolfo, si tuffa verso l’acqua, viene tirato in su, “galleggia” cioè sfrutta l’effetto suolo per tre-quattrocento metri, tocca la superficie, imbarca 5 tonnellate d’acqua in pochi secondi.

Quando ridà potenza i motori sembra che l’intera struttura stia andando in pezzi, e poi, siccome non ce la farebbe a superare l’ostacolo costituito dalla parete della montagna, vira e sale. Lentissimamente. Forse un 200 piedi al minuto, cioè un niente. In questa lunghissima virata a salire basta poco per ammazzarsi. L’aereo ha un alto angolo di incidenza e vola a bassa velocità, quindi è vicinissimo allo stallo; è al peso massimo, con i motori al massimo, per giunta a bassa quota, con un ostacolo di fronte e di lato, ed impossibilitato ad invertire la rotta causa peso e bassa velocità. Un calo di potenza o un aumento sia pur modesto dell’angolo d’incidenza e… fine. Insomma, ci vogliono attributi grandi come il Pan de Azucar per fare, come fanno questi piloti, decine di missioni al giorno. E tutto questo coraggio, questa abilità, questo sangue freddo, queste macchine brutte ma al tempo stesso bellissime, per che cosa vengono impiegate? Per spegnere, 97 volte su cento (in Italia), incendi appiccati da piromani.

Percorsi tematici

> Il Tirreno è un teatro che racconta mille incontri. Le memorie storiche si intrecciano con gli scenari naturali, imprimendo a terra le tracce di visioni da rievocare, un pedale alla volta. Seguendo in bici il mare e i suoi tematismi. Spiagge, fari, pinete, zone umide, promontori, miniere, …. quante storie siete pronti ad ascoltare? segue...

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(Monumento naturale La Frasca, dalla collezione fotosferica Tirrenica360... )