Favignana in bici
In bici alla scoperta dell’isola di Favginana, nell’arcipelago delle Egadi. segue…
Approfondimenti
> Quanti simboli, quante memorie, quanti ricordi fioriscono con la vicinanza del mare? Siete anche voi affascinati dai segni che il tempo e lo spazio hanno disseminato lungo il Tirreno? Aiutateci ad arricchire questo capitolo, perchè le storie tornino a parlare.
Cave di tufo
L’intera zona nord-orientale di Favignana è fatta di tufo e presenta l’aspetto assolutamente singolare di innumerevoli cave, grotte, sprofondamenti ed erosioni.
Il tufo fu per secoli, insieme con la pesca e l’agricoltura, fonte primaria di guadagno per la popolazione; dentro questa roccia sedimentaria si muoveva un piccolo esercito di cavatori abilissimi e intorno a loro manovali, carrettieri, marinai delle tre isole e di Trapani.
Il cavatore prendeva in appalto un terreno, lo preparava a proprie spese liberandolo dal ” cappellaccio “, cioè dal calcare di pietra durissima superficiale che poteva avere anche uno spessore di 1-2 metri; quindi cominciava il lavoro di estrazione del tufo in blocchetti (conci) già perfettamente squadrati.
La lavorazione era basata sul cottimo, a seconda dei blocchi consegnati: perciò lavorava dall’alba al tramonto, 12 o 14 ore, portandosi appresso i figli dall’età di 8-10 anni.
Le cave potevano essere a cielo aperto, ma spesso la roccia veniva attaccata lateralmente con gallerie dal livello del mare, al fine di raggiungere il materiale più pregiato per compattezza e grana, che è sempre il più profondo.
Si lavorava dal sotto in su, scavando nello stesso tufo delle tacche cui aggrapparsi mani e piedi, facendo attenzione di lasciare grandi pilastri a sostegno delle volte rocciose che andavano formandosi a mano a mano che le caverne ingigantivano.
Cala Rossa è tutta un intrico di tali impressionanti costruzioni a ” pileri “, veri antri dedalici che si internano per centinaia di metri, in cui generazioni di cavatori trascorsero 50-60 anni di lavoro al buio, abbarbicati alla roccia o trasportando a spalla milioni di conci verso le barche o i carri.
Le piste rocciose fuori delle cave sono tutte scritte dai pesanti solchi dei carri che arrancavano in salita, mentre le coste marine mostrano i segni dei molti piccoli attracchi per il carico a spalla su barche a vela che ininterrottamente facevano la spola da e per Trapani, Levanzo, Marettimo.
Gli strumenti usati erano la “mannara”, una specie di piccozza a taglio largo, che serviva per tracciare e approfondire nella roccia i contorni del blocchetto di tufo o ” cantuna “; lo ” zappune ” e il ” piccune “, coi quali si estirpava il blocco. Nessun altro arnese aiutava il cavatore, che lavorava esclusivamente a occhio.. (tratto da favignana.com )
VenaCava
testo di Fulvia Bernacca – VenaCava
L’unicità di quest’isola è data dall’essere per metà completamente scavata. Una delle attività più redditizie infatti, è stata per decenni, quella dell’estrazione di una pietra simile al tufo, ottima per costruzioni, una calcarenite conchiglifera, un materiale sedimentario costituito da organismi marini, fossili e conchiglie, con la quale si sono costruiti la maggior parte degli edifici sull’isola e in gran parte della Sicilia e del Mediterraneo.
Cosa rimane ora di questa sottrazione, di questo vuoto, di questo buio? Ho iniziato così un viaggio in questo mondo parallelo, nascosto e sotterraneo, un mondo scavato, un mondo al contrario, surreale, verso il cuore dell’isola. Sottoterra ho cercato di immaginare le persone che hanno lavorato per tutta una vita nelle cave, senza mai vedere la luce del sole, vivendo e lavorando in condizioni difficilissime. Ho percepito la loro energia, il sudore, il sangue, la fatica e la loro intima e violenta connessione con la Terra.
I blocchi di pietra che si estraevano si chiamavano “cantuna“, la pietra che canta, perché battendoli creavano vibrazioni sonore, dalle quali i “pirriatura” capivano la qualità della pietra e, se non erano buoni, erano cantuna stonati. E stata la terra stessa quindi, questa pietra viva, che ha guidato l’uomo, inconsapevole, nella creazione di queste opere architettoniche di estrema bellezza e intensità, simili a templi e cattedrali.
(Cava Cavallo, dalla collezione Tirrenica360... )
Ho percepito l’unione di queste energie, il rapporto intimo e viscerale tra la pietra e l’uomo, tra natura e architettura e ho visto l’arte e il sacro che da questo incontro si è generato. In questo viaggio surreale, ho scoperto il cuore di Favignana, la sua storia più intima, sono scesa al suo interno, ho camminato nelle sue vene, sentito i suoi organi pulsare, ho sentito la sua energia unita a quella degli uomini che in qualche modo l’hanno ferita.
Sono rimasta stupita da quanta bellezza può nascere da un taglio, dal vuoto, da quanta energia può emergere dalla sottrazione, da quanta luce può sorgere dal buio. E mi sono chiesta: le vene, il cuore della Terra, la sua anima, unite alla fatica e al sudore degli uomini, hanno un colore?
Tonnara Florio
Quest’isola ha una storia lunga e antichissima. Parte di questa storia è sicuramente legata alla Tonnara di Favignana, altrimenti conosciuta come Stabilimento Florio, un vero e proprio gioiello di archeologia industriale. Questo non è solo il luogo dove venivano custodite le barche e tutte le attrezzature per la mattanza dei tonni, è soprattutto la storia di una famiglia che si intreccia con l’anima dell’isola.
La Tonnara ad un primo colpo d’occhio ricorda le grandi cattedrali, con i suoi archi maestosi e soffitti altissimi, ci da l’idea di quanto fosse importante questo luogo per chi ha commissionato i lavori di costruzione: la pesca del tonno ed il lavoro di uomini e donne erano considerati sacri. segue…
(Tonnara Florio, dalla collezione Tirrenica360... )
Tonni e sale
Testo estratto dalla rivista Meridiani.
Non le penne di Strabonio e Tolomeo, ma le pinne dei tonni disegnarono le mappe del Mediterraneo, e scrissero la storia d’ Europa. E’ una battuta, ma solo a metà. Per millenni le grandi esplorazioni dei cretesi, dei fenici, dei cartaginesi, dei saraceni hanno seguito le migrazioni del Thunnus thynnus e dei suoi cugini, che sfrecciavano a 70-80 chilometri orari e in tre mesi potevano attraversare l’Atlantico. Da lì, cavalcando segrete correnti al di là delle Colonne d’Ercole, si riversavano nel Mediterraneo e fino al Mar Nero, in acque calde e salate, per deporre le uova. Una volta compiuta la missione tornavano indietro. Allora come oggi, con gli uomini perennemente sulla loro scia.
(cratere del venditore di tonno, IV sec a.c.)
Gli uomini li seguivano per fame, certo, essendo quella una delle carni più nutrienti del creato. Ma non solo per fame. Colonie ed empori vennero fondati ovunque, sulla scia dei pinnuti; e soprattutto saline. Perché i tonni in foia portavano i loro inseguitori ai mari più salati: e il sale, l’arte della salamoia, preservando per mesi quei pesci e altri cibi, un bel giorno consentì traversate lunghissime, senza più tanti scali, da un capo all’altro del mondo conosciuto.
Il tonno in mare era stato la calamita dei viaggi civilizzatori. Il tonno in cambusa ne fu il carburante. Di due cose, intorno al 1500 avanti Cristo, aveva bisogno il fenicio per scoprire il mondo, sporgendosi dalla terrazza verde del suo Libano: il cedro dietro di sè, che forniva il legno per le navi; e il tonno davanti a sé, fra le onde, che calamitava verso l’ignoto.
Il tonno, come un messaggero del destino. Dall’ Oriente di Tiro, i pazzi fenici salpavano alla ricerca di argento, oro, stagno e di quelle bestie che in primavera venivano loro incontro da Occidente: a milioni, “come falangi”, avrebbero detto i greci. Con i tonni arrivava anche l’altro pesce azzurro, loro menù preferito: cinque chili di acciughe e sardine concorrono a formare un chilo di tonno dalla pinna azzurra, il bluefin più pregiato, che giunge a 3-4 metri di lunghezza e ai 700 chili di peso. Dalle uova, la bottarga degli arabi batarikh, al lattume, lo sperma impanato e fritto; dalla buzzonaglia, le frattaglie nerastre, al cuore e ai polmoni; dalla ficazza, il salame, al magro mosciame. Un’orgia dolce e salata: poiché, davvero, il maiale dei marinai si chiama tonno.
I fenici seguivano dunque i tonni, buttando l’ancora alla foce dei fiumi, lì si cercava il sale per conservare il pescato, poi si ripartiva con l’aiuto di Eolo. Sazi, e arricchiti. Il sale serviva anche per i murici, molluschi che trasudavano la porpora, roba tanto preziosa da tingere le vele di Cleopatra e le toghe dei patrizi romani.
(anfore e navi a Favignana, dalla collezione Tirrenica360... )
La storia del sale, incubatrice di guerre, esplorazioni e trattati, si intreccia continuamente con quella del tonno. Le guerre puniche ebbero nel pesce sotto sale uno dei bottini in palio. Quando nel 241 avanti Cristo, dopo la battaglia navale alle Egadi, i romani strapparono ai cartaginesi la Sicilia, la tramutarono sí nel granaio di Roma”, ma anche nella “pescheria di Roma”. A Favignana già si bolliva nelle paludi l’acqua marina, succhiandole sapientemente il sale; e il manicaretto di quella pescheria era proprio il bluefin.
“Piatto eccezionale che fa venire l’acquolina agli dei” lo definisce nel IV secolo a.C. il poeta greco-siculo Archestrato, inneggiando commosso alla “coda della femmina”: gustala calda, dice, a fettine inumidite nell’acqua salata; e poi rigustala ancora, come matrice lussuriosa – insieme con sgombri e acciughe – del garum, la salsa di pesce fermentato che fece impazzire anche Lucullo, Petronio e Trimalcione.
Poveretti, tutti quei goduriosi. Rivivessero oggi, avrebbero i brividi: il 90 per cento dei tonni nel mondo non esiste più, tramutato in sushi dai pescatori giapponesi. Loro arpionano il pinnuto erotomane quando ancora non sa riprodursi: adolescente e vergine, pronto all’ingrasso, il più innocente fra tutti noi.
(“Contadini del mare”, Vittorio De Seta, 1955)
Malaria e leoni
Il leo bibens, emblema della famiglia Florio, rappresenta un leone febbricitante che riesce a guarire abbeverandosi accanto ad un albero di china. La storia dello stemma nasce con il drammatico terremoto calabrese del 1783, quando i fratelli Paolo e Ignazio Florio decidono di spostarsi a Palermo, dove si dedicano al redditizio commercio delle droghe.
(il leone febbricitante, museo di Favignana)
La famiglia cominciò a vendere il chinino, una delle sostanze più rare e importanti dell’epoca. Era infatti l’unico farmaco in grado di abbassare le febbri provocate dalla malaria, che allora mieteva molte vittime. Per una regione come quella siciliana, in cui la malaria era endemica e distribuita storicamente in tutte le province, il disporre del commercio esclusivo del chinino divenne sostanziale, per proiettare i Florio all’interno della ristretta lista di famiglie benestanti in grado di esercitare il potere politico, economico e sociale nella Palermo dell’epoca. Il leo bibens divenne nei decenni noto in tutto il mondo.
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