Per oltre un secolo e mezzo, milioni di italiani, chiusi i vestiti in valigia, sono salpati in cerca di nuova vita. Ripercorriamo il viaggio seguendo i porti affacciati sul Tirreno.

“Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che succeda per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello. Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi , e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già li pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta, l’America.” (Alessandro Baricco, Novecento)

Migrazioni

All’interno della rassegna di letture in compagnia del Tirreno, dopo l’approfondimento sulle ferrovie,  una pagina dedicata ai milioni di italiani salpati in direzione della Merica. Ripercorriamo il viaggio seguendo i porti affacciati sul Tirreno.

Le migrazioni costituiscono un dato pressoché costante della storia delle civiltà umane. L’Europa, in particolare, è stata per secoli un continente particolarmente esposto a ripetuti e consistenti flussi di immigrazione. Per diversi aspetti, anzi, essa è stata plasmata proprio da robusti spostamenti di popolazioni.

A partire dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’America, l’Europa è diventata punto di partenza di grandi emigrazioni, soprattutto verso il Nuovo Mondo, per sfuggire da persecuzioni, violenze e regimi oppressivi, ma anche per cercare migliori condizioni di vita e di lavoro.

I viaggi transoceanici dei migranti si svolsero in condizioni disperate con la mediazione di spregiudicati avventurieri, su imbarcazioni quasi sempre inadeguate, i “vascelli della morte”, stipate oltre misura di uomini, donne e bambini, spesso ricettacoli di gravissime epidemie e talora destinate a drammatici naufragi.

Tra il 1876 e il 1976, più di 11 milioni di italiani attraversarono l’oceano Atlantico alla ricerca di lavoro e di una vita migliore. Nel primo quindicennio del XX secolo, quando i flussi transoceanici raggiunsero l’apice, una media di 300.000 persone partiva annualmente dai quattro porti d’imbarco autorizzati: Genova, Napoli, Palermo e Messina.

La vastità del mare giaceva tra i luoghi di partenza e l’arrivo nella terra sconosciuta. “Pontos” è il più antico degli dei ellenici del mare e con questa parola i greci indicavano il mare aperto e inesplorato, distinguendolo da “Thalassa”, il mare vicino alla costa nel quale sapevano navigare. Come un ponte, il mare unisce popoli, civiltà e culture differenti, il vecchio e il nuovo mondo.

Il trasporto di emigranti fu un grosso affare per la marina mercantile italiana. Senza un forte e rigoroso controllo da parte dello Stato, infatti, le compagnie di navigazione poterono mirare ai più lauti guadagni con un minimo di investimenti. I viaggi degli emigrati coprirono i debiti del trasporto merci.

Gli emigranti erano ammassati in vecchie e insicure carcasse, riadattate per quello speciale trasporto, o erano confinati negli spazi più bassi in navi a servizio misto per passeggeri di classe ed emigranti. Le speculazioni delle compagnie di navigazione potevano trasformare il viaggio in un inferno.

Mal di mare, indifferenza e abusi dell’equipaggio, naufragi e malattie contagiose, sbarchi in paesi diversi da quello previsti, erano più dolorosi della solitudine e delle preoccupazioni per un futuro incerto.

“tredici giorni di miseria e fetore, imprigionati in un oscuro steerage affollato da emigranti terrorizzati che piangevano e vomitavano”. (Frank Capra a bordo del piroscafo Germania)

Il viaggio verso il nuovo mondo durava dalle due alle quattro settimane, in base alle condizioni del mare e al carico. A fine Ottocento, con il traffico transoceanico in rapidissima crescita, le strutture e il personale dei porti erano del tutto insufficienti e inadeguati.

Le compagnie di navigazione trasportavano i passeggeri e le merci negli stessi spazi a viaggi alterni. Venivano montati dei tramezzi temporanei per permettere la sistemazione degli emigranti e, subito dopo lo sbarco, le partizioni venivano rimosse e la nave era preparata per ritornare in Europa come mercantile.

I passeggeri di terza classe erano divisi per sesso e sistemati in differenti compartimenti: la parte anteriore della nave era riservata agli uomini soli, quella centrale alle coppie sposate, le donne sole alloggiavano nella parte posteriore.

I pasti erano distribuiti negli spazi comuni di ciascun compartimento per ranci, cioè per gruppi di sei persone, una delle quali a turno era incaricata del ritiro delle vivande dalla cucina.

“Sono le otto del giorno dopo l’imbarco i capi tavola sono chiamati a prendere le razioni di burro e di pane da distribuirsi agli altri durante la settimana; orrore… cominciano le disillusioni… il pane che ci viene distribuito farebbe rabbrividire perfino i cani; esso è fatto di crusca, segale, pepe, seme di lino e mille e mille altre porcherie. … La sera … ci hanno dato il the. Figuratevi un poco d’acqua sudicia e senza zucchero; nessuno di noi l’ha potuto accostare alla bocca …si guasta il distillatore di bordo … per dei giorni non beviamo che acqua veramente marcia e piena di vermi che per buona sorte (dico per buona sorte perché non al certo per precauzione) trovatasi in diverse botti che servivano come per zavorra nel bastimento… un macchinista russo che trovasi a bordo tenta e riesce di accomodare la macchina” (Diario di 117 giorni di viaggio da Amburgo all’Australia, 1876).

A bordo respirare era quasi impossibile, l’aria era piena del fumo e dei vapori delle macchine, i letti erano sacchi di paglia increspati e maleodoranti sistemati in anguste cuccette di legno. Per fuggire da questi miserevoli ambienti, appena possibile, tutti salivano sul ponte superiore e sedevano all’aperto. La durezza del viaggio peggiorava le condizioni fisiche dei passeggeri che, in molti casi, erano scarse già prima della partenza.

Solo nel 1901, con la prima legge sull’emigrazione, nei porti d’imbarco fecero la comparsa ispettorati e commissari. Responsabili della buona salute dei passeggeri e dell’equipaggio, erano incaricati di verificare che la nave possedesse i requisiti di igiene e sicurezza.

Lo Stato avrebbe dato la patente di vettore solo alle compagnie che impiegavano piroscafi in ottime condizioni. Il regolamento stabiliva la velocità minima, le dimensioni delle cuccette, il numero massimo di persone per dormitorio, la quantità e la composizione dei pasti e la razione giornaliera di acqua. Ma a conti fatti, difficoltà economiche e politiche, oltre che le pressioni delle compagnie di navigazione, lasciò la legge per gran parte inattuata.

La ressa sui moli rendeva la visita medica prima dell’imbarco una semplice formalità e non era raro il caso che fossero ammessi a bordo emigranti che avessero malattie epidemiche, come tifo, malaria, tracoma e tubercolosi. A causa della mancanza di rigore dei medici di porto, il governo degli Stati Uniti impose la presenza di un medico di sua fiducia, la cui severità divenne un vero e proprio incubo per gli emigranti.

Medici e assistenti sociali continuavano a lamentare l’inadeguatezza della maggior parte delle navi transoceaniche a garantire i requisiti minimi di igiene e sicurezza. La terza classe era ancora priva di bagni, docce e mense. Lo spazio era troppo ridotto. Quando il mare era ingrossato gli emigranti erano costretti a restare tutto il tempo nei dormitori, rendendo scarsamente efficace la pulizia giornaliera prevista dal regolamento. Mancavano locali di isolamento dove ricoverare gli infermi affetti da malattie contagiose.

È sempre uno scandalo il vedere come sono accumulati gli emigranti a bordo dei vapori in partenza, sdraiati per terra ed ammonticchiati in coperta per settimane intere, senza una scranna per potersi sedere; nei giorni di pioggia addossati sotto coverta, con aria rarefatta pregna di miasmi; nelle ore di pranzo buttati per terra, senza sedie e senza tavole, con i piatti in mano, costretti a compiere ogni più elementare servigio, con un personale di servizio che non ha esperienza ed attitudine sufficiente, raccogliticcio nella parte rilevante, il quale è in genere privo della più elementare educazione ed urbanità. Anche le tabelle dei viveri, specie sui bastimenti di bandiera estera, non sono sempre i più logici, e la pulizia non è troppo rispettata. (Giovanni Preziosi, 1907)

Quando durante il viaggio scoppiava un’epidemia, la difficile situazione sanitaria a bordo diventava drammatica. Il sovraffollamento, la cattiva ventilazione dei dormitori e la scarsità delle attrezzature mediche favorivano la rapida diffusione delle malattie. La malaria e il morbillo avevano il più alto tasso di morbosità e, insieme alle malattie broncopolmonari e gastrointestinali, costituivano la principale causa di infermità e morte dei bambini. L’emergenza sanitaria trasformava normali patologie infantili in pericolosissime epidemie.

Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono stretta stretta da capo a piedi e le legarono una grossa pietra al collo; di notte, alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù in mare. Io urlavo, urlavo non volevo staccarmi da lei, volevo annegare con la mia piccola […] Non volevo lasciarla sola, povera bambina, invece mi tennero indietro mentre la buttavano giù. Quel tonfo in acqua, non posso dimenticarlo.

Durante la traversata, i morti erano, di consuetudine, seppelliti in mare. Diversi i naufragi in cui perirono centinaia di persone: nel 1880 i piroscafi Ortigia (249 morti) e Sudamerica (80 morti), nel 1891 l’Utopia (576 morti), il Bourgogne nel 1898 (549 morti), il Sirio nel 1906 (292 morti), la Principessa Mafalda nel 1927 (385 persone).

Durante una tempesta, l’unica cosa che gli emigranti riuscivano a fare era stare seduti sul pavimento, tenendosi in equilibrio l’un l’altro, e pregare. Nei momenti peggiori del viaggio, per esorcizzare la paura, essi cantavano. “Mamma mia dammi cento lire”, racconta di una giovane ragazza che chiede soldi per andare in America.

Provenendo dalle regioni dell’interno, molti emigranti non avevano mai visto il mare e partivano con il terrore della grande distesa d’acqua. L’angoscia era aumentata dai racconti dei compaesani scampati ai naufragi.

“Eravamo appena usciti da una galleria, lanciati a tutta velocità verso la pianura campana. Un abbagliante luccichio dilagava tutto intorno e andava a perdersi ai confini del mondo. Sulle prime ebbi paura. Poi pensai: ‘Il mare! Quella deve essere la cosa che chiamano mare!’ E lo era”. (Pascal D’Angelo, 1910)

Con il passare degli anni aumentò la consapevolezza di chi partiva. Le lettere dei compaesani già partiti, i racconti di quelli ritornati e le guide pubblicate dal commissariato aiutarono nella scelta delle navi migliori, impedendo di giungere a bordo del tutto sprovveduti. Le flotte furono costantemente rinnovate, i piroscafi divennero più veloci e sicuri e anche il vitto migliorò sensibilmente.

“Taliati…taliati….è chista a Merica? Arrivammu.. .Era ura! Matri mia quantu mari e quantu tiempu passatu ‘nta navi! Ma ora siemu cà e nun mi pari veru. A Merica cu sapi com’è. A statua pari ca ni saluta.” …” Figghiu miu, a statua saluta a tutti…Macari a niautri ca siemu che manu vacanti e pussiriemu quattru cosi pi campari. Ama lassatu a terra nostra. Ora ama taliari sempri avanti… E quannu arriva u mumentu turnamu o pajsi unni n’aspetta a casuzza nostra all’ummira ro cori.” (Maria Bugliarisi, Talé chi ti cuntu)

Negli ultimi decenni del XX secolo le principali direttrici dei flussi migratori si sono invertite. L’Europa, in un quadro di prepotente accelerazione del movimento di merci, denaro e persone, è tornata ad essere un continente di immigrazione, trasformandosi in tal modo in un irresistibile polo di attrazione per quelle regioni, Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente, in esuberante crescita demografica e condizioni difficili.

Oggi come allora, il mare è il guardiano delle speranze di migliaia di uomini e di donne. Molti dei migranti di oggi lasciano il proprio paese nel disperato tentativo di fuggire alle catastrofi causate da guerre, pulizie etniche, disastri naturali e dalla violazione sistematica dei diritti umani.

Percorsi in bici

Genova, Napoli, Palermo e Messina sono i principali porti coinvolti nelle grandi migrazioni italiane. Per Napoli in particolare, segnaliamo l’itinerario in bici che raggiunge Capo Miseno, nella stupenda cornice dei Campi Flegrei.

(Molo Beverello pedalando a Napoli, dalla collezione Tirrenica360... )

Multimedia

Un piccolo elenco di contributi audio e video per lasciarsi trasportare dalla corrente migratoria.

Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse il passare del tempo e si dimenticasse dov’era, e chi era. (Alessandro Baricco, Novecento)

(“la leggenda del pianista sull’Oceano”, Tornatore)

    • video:
      • Un popolo di emigranti: si parte dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Campania, ma anche il settentrione ha i suoi emigranti. Il Sud diventa il serbatoio di manodopera per il triangolo industriale. Gli effetti sono immediati: le campagne si spopolano e le città si riempiono con evidenti problemi di sovraffollamento e insufficienza dei servizi. (L’Italia della Repubblica, VIII puntata)
      • Il sogno americano: con l’arrivo di milioni di emigranti a Ellis Island prende forma il sogno di un’America terra di libertà e di infinite opportunità. Ad alimentare questo mito, le lettere e le cartoline inviate a casa dagli immigrati italiani, gli stessi italiani che hanno contributo poi a deformare la percezione dell’Italia agli occhi degli americani, da meta turistica a terra esportatrice di manovalanza povera, poco istruita e propensa alla criminalità. (Raistoria)
      • Storia dell’emigrazione italiana: la storia della grande emigrazione dall’Italia verso le Americhe, l’Australia e gli altri continenti, dagli ultimi decenni del 1800 fino ai giorni nostri. Tra tutte le nazioni che siedono al G8, l’Italia è l’unica ad avere avuto un’emigrazione così imponente e così prolungata nel tempo. (Rai,  il documentario di Roberto Olla (video1video2)
      • Veneti in Brasile: un documentario sull’emigrazione veneta in Argentina e in Brasile negli ultimi tre decenni dell’Ottocento. Le condizioni in cui vivevano i contadini nella seconda metà dell’Ottocento emergono dagli atti dell’inchiesta Jacini del 1877, una delle due inchieste sull’agricoltura promosse dal parlamento italiano negli anni compresi tra l’unità nazionale e la prima guerra mondiale. Della nostalgia e delle disillusioni dei contadini partiti per la loro “terra promessa” si nutrì la retorica dei letterati, come De Amicis, e dei politici del tempo. (Raistoria)
      • Gli emigranti e Marcinelle: Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’Italia deve affrontare una profonda crisi economica e sociale. Il lavoro manca e gli italiani lo cercano all’estero, dove c’è bisogno di manodopera. Il 23 giugno del 1946 viene siglato un protocollo d’intesa tra il governo italiano e quello belga che prevede il trasferimento di cinquantamila minatori italiani in Belgio, in cambio di duemilacinquecento tonnellate di carbone ogni mille minatori. (Rai Passato e presente, emigranti e Marcinelle 18-12-2017)
      • La grande emigrazione italiana di fine Ottocento: Le mete da raggiungere sono prima Napoli, poi Roma e infine il Nord (Torino, Genova, Milano). Non si tratta di una scelta, ma di una costrizione: si lascia la campagna, a piedi, in cerca di condizioni di vita migliori. A volte la delusione di non trovare la prosperità sognata porta a spingersi sempre più lontano. Iniziano quindi i grandi flussi migratori verso la Francia, gli Stati Uniti, l`Argentina. L’America, soprattutto, era il Paese della speranza, perché in quegli anni offriva ingresso a tutti, senza discriminazioni di razza, unico limite era non avere problemi sanitari. (RaiStoria)
      • Il naufragio dell’Andrea Doria: il drammatico naufragio del più grande ed elegante dei nostri transatlantici, l’Andrea Doria. Una vicenda che a distanza di sessant’anni suscita ancora una grande emozione in tutta Italia. L’Andrea Doria era un gioiello della nostra marineria, una nave di gran lusso, considerata inaffondabile per le innovazioni tecniche con cui era stata costruita. E proprio in questi giorni si inaugura anche una mostra presso il Galata Museo del Mare di Genova che racconta la storia di questa nave bellissima e sfortunata. (Rai Ulisse, puntata st.2016)
      • La casa dell’emigrante a Genova: nel 1951 i migranti giunti a Genova in treno, prima che ripartissero via nave per altre destinazioni, venivano trasportati da bus diretti alla nuova “Casa dell’emigrante”, un luogo di accoglienza e protezione per intere famiglie. (Istituto Luce, Settimana Incom 1951)
      • Storie di migranti (archivio Rai)
      • Videoteca Museo Emigrazione Italiana segue…
      • Filmografia sull’emigrazione segue…
    • audio podcast:
      • La grande famiglia. Anni ’50, una radio di New York crea La grande famiglia, un programma per italoamericani sponsorizzato da un’azienda di pomodoro. Il meccanismo è semplice, ma geniale: in cambio di dieci etichette come prova d’acquisto, un inviato sarebbe andato a registrare le voci dei parenti in Italia. In un mondo senza telefono, le tredici stagioni dello show hanno rappresentato per moltissime persone l’unico legame con gli affetti e la terra di origine. (Rai, La Grande Famiglia)
      • Ellis Island: Il primo gennaio del 1892 viene inaugurata un’isola artificiale destinata a diventare presto il più importante Scalo migratorio degli Stati Uniti. (Wikiradio, puntata del 1.1.2016)
      • Il pranzo sul grattacielo: Il pranzo in cima a un grattacielo è forse una delle foto più celebri del Novecento. Siamo a New York e mentre tutta la città è in costruzione 11 operai sono immortalati nella loro “pausa pranzo” (Wikiradio, puntata del 9.9.25)

Riferimenti

I testi di questa pagina sono estratti dai seguenti contributi, a cui si rimanda per approfondire.

  • Storia sociale dell’emigrazione italiana dall’unità ad oggi, Pugliese Vitiello,  edizione il Mulino;
  • La crisi migratoria in Europa segue…; Così l’Italia rischia di non avere più futuro, Chiara Saraceno
  • In viaggio con le lettere segue…; Il viaggio non finiva mai segue…; I diari raccontano segue…; Quando gli emigranti eravamo noi segue…; Emigrazione in letteratura segue…; Italiani in Svizzera segue…; Archivio Premio Conti segue…; Un mare di carta segue…

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Approfondimenti

> Quanti simboli, quante memorie, quanti ricordi fioriscono con la vicinanza del mare? Siete anche voi affascinati dai segni che il tempo e lo spazio hanno disseminato lungo il Tirreno? Aiutateci ad arricchire questo capitolo, perchè le storie tornino a parlare.

Indietro nel tempo

In seguito alle scoperte geografiche, tra il 1492 e il 1820 circa 10 milioni di persone sbarcano nelle Americhe. La gran parte è composta da lavoratori destinati alle piantagioni dell’America tropicale e subtropicale. Soprattutto schiavi africani.

Con l’abolizione della schiavitù, sono gli “indentured workers” ad assicurare la manodopera nelle colonie del Nuovo Mondo. I migranti europei (soprattutto britannici) possono affrontare la spesa del viaggio solo stipulando un contratto con il proprietario dell’imbarcazione o il proprietario terriero, al fine di regolamentare la futura prestazione d’opera. Il Regno Unito precorre i movimenti migratori europei verso il Nord America. Spagna, Portogallo puntano invece all’America Latina.

L’emigrazione è un fenomeno ricorrente anche nella storia italiana, frutto della particolare strutturazione dell’economia e della società del nostro paese, improntata a un profondo dualismo territoriale e fondata su una persistente incapacità del sistema produttivo di impiegare pienamente l’offerta di lavoro.

I primi movimenti migratori di una certa rilevanza traggono origine dal mondo alpino e prealpino nella seconda metà del XVI secolo, verso i paesi confinanti. La montagna mediterranea è come una “fabbrica di uomini” spinti verso la pianura e le città dalla pressione demografica e dalla povertà delle risorse.

Con l’apertura della rotta verso le Americhe, anche nell’Italia preunitaria si comincia a guardare al di là dell’Oceano. I liguri puntano verso gli Stati Uniti. Gli abitanti del Lombardo Veneto si dirigono prevalentemente in Brasile e Argentina. Regno Pontificio e Due Sicilie rimangono invece in secondo piano, essenzialmente deportati politici. L’esiguità dei numeri è anche il frutto dell’isolamento politico ed economico che caratterizza i due stati.

I ciclo migratorio

Con l’unità d’Italia, anche in Italia le partenze acquisiscono i caratteri propri della moderna emigrazione europea di massa: contadini e braccianti agricoli, ma anche il proletariato urbano in cerca di lavoro. L’emigrazione italiana entra nel primo ciclo e diventa la principale protagonista del sistema migratorio euro-atlantico fornendo al sistema produttivo nordamericano il contributo più alto di lavoratori.

Le partenze interessano in maniera diretta e indiretta tutta la popolazione. E’ il primo fenomeno sociale che agisce e viene agito dagli italiani come nazione.

Alla formazione dello stato unitario, si punta al pareggio di bilancio alzando la pressione fiscale. La misura più significativa è la tassa sul macinato. Introdotta nel 1868, ha gravi ripercussioni sulle condizioni di vita delle masse popolari, interessando un prodotto da cui dipende la sopravvivenza stessa degli strati più poveri.

A queste scelte si sommano gli effetti della crisi economica internazionale del 1873. In Italia a risentirne maggiormente è il nord-est, che fino ad allora aveva prosperato con le esportazioni di generi alimentari.

Alle tasse interne e alla crisi delle esportazioni si aggiunge la caduta verticale dei prezzi agricoli causata dalla fine della guerra civile americana, dallo sviluppo dei trasporti a vapore e dall’estensione delle ferrovie. Il mercato mondiale dei beni agricoli conosce infatti la massiccia concorrenza dei cereali americani e russi.

Così, anche se nel 1876 viene raggiunto il pareggio del bilancio, il malcontento della popolazione spinge all’affermazione elettorale della Sinistra storica con la sua politica protezionista. L’aumento dei dazi sui prodotti agricoli e industriali, pensati per favorire la nascente industria del Nord e proteggere le produzioni dell’agricoltura estensiva del Mezzogiorno, hanno un effetto doppiamente negativo per le classi subalterne.

La crisi costringe crescenti nuclei familiari ad imboccare la strada dell’emigrazione. Al Nord l’aumento del costo del grano e del pane rende più poveri i salari del nascente proletariato di massa. A Sud sono i piccoli coltivatori a soffrire, braccianti e semi proletari agricoli, che vedono sfumare occasioni di lavoro e reddito.

L’unificazione consente a tutto il territorio del nuovo stato di accedere allo spazio migratorio euro-atlantico, diventando valvola di sfogo per gli italiani in fuga dalla miseria crescente e richiamati dall’incessante bisogno di manodopera delle imprese nordamericane.

Fiume in piena

Al volgere degli anni Novanta dell’800 svanisce la fiducia nella possibilità di cavarsela in Italia. Il deflusso diviene inarrestabile e trascina le contrade più remote con l’impeto di un fiume in piena. Emigrare sarà l’inevitabile destino per tre generazioni. I contadini del nord, soprattutto Veneti e Friulani, partono per l’America latina alla ricerca di terra da coltivare e dove stabilirsi. Braccianti e contadini del meridione preferiscono invece i grandi centri urbani del Nord America.

A partire, inizialmente, sono i giovani maschi, spesso all’indomani del matrimonio, per garantire una base economica destinata al sostentamento della famiglia. Rimaste sole, le donne devono arrabattarsi tra vecchi e nuovi compiti.

Risparmi e rimesse, frutto dei sacrifici all’estero, servono per l’acquisto di piccoli terreni o all’allargamento del fondo di proprietà. Ma il prezzo della terra è elevato e pochi riescono a risparmiare cifre abbastanza significative per migliorare significativamente la loro situazione.

Il primo obiettivo del migrante da zone povere è quello di arrestare la caduta della propria condizione sociale ed economica. Il secondo e quello di consolidare lo status impedendo ai meccanismi di caduta di riprendere ad agire. Il terzo, la più alta aspirazione, innalzare lo status.

I sacrifici delle masse di emigranti danno un respiro di sollievo alle loro famiglie rimaste a casa, ma la struttura sociale e i rapporti di classe non subiranno alcuna modifica. Pochi fortunati avranno la possibilità di innalzare lo status. La grande maggioranza degli emigranti riuscirà solo ad arrestare la caduta.

Politiche

Nei primi anni dell’unità i flussi migratori sono contenuti, funzionali a dare sfogo all’eccedenza della forza lavoro in campagna. L’emigrazione non figura in cima all’agenda politica. Il governo si trova ad affrontare diverse e più pressanti questioni nella costruzione dello stato.

Nel 1873, con l’aumento delle partenze, si registra un cambio di passo nelle politiche migratorie, nella ricerca di un compromesso tra la necessità di incoraggiarle e quella di limitarle. Sullo sfondo, interessi economici e politici contrastanti. Latifondo e borghesia industriale lamentano infatti la perdita di manodopera a basso costo. Armatori e agenti di emigrazione reclamano invece la liberalizzazione degli espatri, in nome della libertà di spostamento.

Negando le ragioni sociali, il governo riduce l’emigrazione ad un fenomeno artificiale alimentato dagli interessi degli agenti di emigrazione, accusati di ingannare gli italiani con false promesse. La prima legge sull’emigrazione, quella del 1888, si limita infatti a disciplinare le attività delle agenzie e degli agenti di emigrazione, nella convinzione che questo basti a limitare il fenomeno.

Ma quando l’emigrazione italiana assume il carattere di massa, diviene evidente che le ragioni sono altre. Nella classe dirigente e nella società italiana comincia ad affermarsi l’idea dell’emigrazione come un fenomeno strutturale e necessario, ancorché doloroso: si inaugura così una nuova fase.

La legge n. 23 del 31 gennaio 1901 segna l’inizio di un nuovo approccio, conclusosi nel 1919 con l’emanazione del “Testo unico dei provvedimenti sull’emigrazione e sulla tutela giuridica degli emigranti”. Questo cambio di atteggiamento della classe politica non è dovuto solamente allo spirito dei tempi, che sostiene un nuovo intervento dello stato in economia e società, ma anche all’opera dei movimenti sociali di quegli anni, che fioriscono anche in relazione al tema dell’emigrazione.

In un’Italia nata da un incrocio di dissimiglianze, l’emigrazione costituisce la prima esperienza nazionale e popolare, intorno alla quale si formano le organizzazioni politiche e sociali. Parallelamente alla legislazione nazionale, la stipula del primo accordo bilaterale, firmato nel 1904 con la Francia, inaugura una nuova linea di condotta delle autorità italiane, volta alla tutela dei propri emigranti.

Paesi di arrivo

Per comprendere appieno l’emigrazione italiana è necessario considerare i suoi esiti nei paesi di arrivo. Non basta infatti avere il bisogno di partire per concretizzarne il viaggio. Per emigrare occorre sapere anche dove andare, come arrivarci e che cosa si può fare una volta arrivati alla meta prescelta. Brasile e Stai Uniti sono le mete privilegiate nel primo ciclo migratorio.

Già nella prima metà del XIX secolo, il Brasile punta sull’immigrazione per popolare e colonizzare le aree interne. La produzione agricola, incentrata sulla monocoltura di zucchero e caffè, si basa sullo sfruttamento degli schiavi.

Con la progressiva abolizione della schiavitù negli ultimi decenni dell’Ottocento, i grandi proprietari terrieri decidono di appoggiare le politiche statali volte ad attrarre immigrati. Ma mentre i primi vogliono semplicemente sostituire gli schiavi con i lavoratori liberi, lo stato mira ad attirare un’immigrazione europea che, incuneandosi tra schiavi e latifondisti, eroda il potere di questi ultimi. I contadini europei con la famiglia al seguito sono gli immigrati ideali.

L’Italia rappresenta il più importante fornitore di manodopera negli ultimi decenni del XIX secolo, quando la domanda di forza lavoro libera in Brasile diviene pressante. In poco meno di vent’anni, in Brasile entra più di un milione di italiani.

Lo stato brasiliano li individua direttamente nei paesi di partenza attraverso le agenzie di emigrazione. Si sviluppa una fitta rete di agenti delle compagnie marittime e delle agenzie di emigrazione, finalizzata a intercettare la domanda e a incanalarla verso le destinazioni di riferimento.

Il reclutamento dei potenziali immigrati è sancito da veri e propri contratti di agenzia con le autorità brasiliane. Quello stipulato nel 1874 prevede l’introduzione di 100.000 immigrati nell’arco di dieci anni. Ad ogni emigrante corrisponde una somma di denaro.

Al passare del tempo, l’emigrazione italiana verso il Brasile si sposta gradualmente al di fuori di questi canali, preferendo utilizzare il passa parola e puntando alla parte settentrionale del continente americano. Le condizioni di vita in Brasile si dimostrano infatti molto più dure di quanto propagandato, come denunciato dagli ispettori nel “Bollettino dell’Emigrazione”.

Nella realtà, la terra assegnata risulta concentrata nelle zone del Brasile più problematiche. La lontananza dalle vie di comunicazione, dai centri urbani, dai porti e dunque dai mercati più importanti, l’alta mortalità e la bassa produttività degli appezzamenti, spinge gli immigrati a trasferirsi verso la costa e i grandi centri urbani.

Alla durezza del Brasile si contrappone il richiamo degli Stati Uniti che, terminata la guerra civile e avviata la segregazione della popolazione nativa nelle riserve indiane, diventano la meta preferita dei migranti italiani. Gli Stati Uniti, contrariamente al Brasile, per attrarre coloni da insediare negli ampi spazi dell’ovest preferiscono affidarsi alle forze seducenti del mercato, con la promessa di terra libera come principale richiamo.

Le ondate migratorie attraversano quattro fasi, contraddistinte da apertura e chiusura delle frontiere: la colonizzazione (1500-1820); il nation building (1830-1860); l’emigrazione di massa europea (1880-1924) e la fase attuale, iniziata nell’immediato secondo dopoguerra con il Bracero Program.

Durante il terzo ciclo c’è urgenza di contadini, necessari alla colonizzazione delle grandi pianure centrali nordamericane, ma anche di forza lavoro a basso costo, funzionale allo sviluppo delle manifatture. Inizia la “Gilded age”, l’età dorata, dominata da un’immigrazione di vaste masse proletarie destinate a lavorare nelle fabbriche, la forza lavoro necessaria al grande sviluppo capitalistico di quegli anni.

Alla vigilia della prima guerra mondiale l’Italia è in prima posizione per numerosità di immigrati. Con essi, anche ebrei, russi, slovacchi, polacchi, croati, rumeni e greci. Gli italiani che arrivano in questi anni passano prevalentemente da Ellis Island, nel porto di New York. L’isola nasce come centro di raccolta, identificazione e controllo degli immigrati in ingresso. Dopo il 1924, verrà utilizzata principalmente come centro di detenzione ed espulsione.

L’insediamento degli italiani ha luogo nei pressi di questo porto e si concentra soprattutto nelle città della costa nordoccidentale americana, seguendo le vie di comunicazione più economiche che si diramano dai porti di arrivo. Agli inizi del Novecento in queste città c’è un grande fiorire di “Little Italies”, quartieri ad alta concentrazione di immigrati italiani, favorite dalle reti sociali di connazionali già stabilitisi, che forniscono le fondamentali reti di sostegno per i nuovi arrivati.

Il progetto migratorio degli italiani è di massimizzare il risparmio e minimizzare la permanenza all’estero. Questo influenza in maniera significativa il loro inserimento lavorativo negli Stati Uniti, spingendoli ad accettare lavori anche alle condizioni più dure. Dopo pochi anni passati a svolgere occupazioni precarie e gravose, questi lavoratori tornano in patria per poi emigrare nuovamente all’occorrenza.

La forzata propensione degli italiani a subire forme intense di sfruttamento lavorativo contribuisce a creare lo stereotipo dell’italiano “pala-e-piccone”. Il loro continuo andare e tornare non li porta a impegnarsi per l’assimilazione nella società americana. Ciò contribuisce a esasperare pregiudizi e discriminazioni nei loro confronti, sempre più visti come “birds of passage”, uccelli di passaggio, poco leali nei confronti della società di accoglienza, inaffidabili dal punto di vista della costruzione della nazione. Ottengono comunque un relativo miglioramento lavorativo, spostandosi dall’edilizia e dai lavori pubblici, spesso in qualità di semplici manovali, alle catene di montaggio nelle grandi fabbriche.

I interludio

I primi due decenni del XX secolo rappresentano un punto di svolta per lo sviluppo economico italiano. In questi anni l’Italia riesce ad agganciare la parte finale della prima globalizzazione, traendone vantaggio. Accelera la crescita del reddito procapite e diventa meno iniqua la distribuzione. Ciononostante si registra un aumento delle partenze degli italiani per l’estero. Il culmine si realizza nel 1913 con 870.000 partenze, soprattutto verso gli Stati Uniti, e circa 180.000 ritorni. L’inversione si registra nel 1914, quando il primo conflitto mondiale è già in corso, anche se l’Italia entrerà in guerra l’anno successivo.

L’emigrazione italiana riprende con forza con la fine della prima guerra mondiale. Sono anni caratterizzati da instabilità economica e da elevata inflazione. La progressiva svalutazione della lira nei confronti del dollaro aumenta il valore delle rimesse in Italia.

Nei primi anni del fascismo la politica di emigrazione è ancora in sostanziale continuità con il governo liberale precedente. La principale preoccupazione è semmai quella di aumentare il numero delle partenze, per risolvere l’eccesso di manodopera. Una prima grande iniziativa è l’organizzazione della prima Conferenza internazionale dell’emigrazione e dell’immigrazione, tenutasi a Roma nel 1924, alla quale fa seguito la stipula di numerosi accordi e trattati bilaterali con diversi paesi europei ed extraeuropei.

II dinamismo organizzativo di questi anni subisce un brusco arresto in seguito alla svolta nella politica demografica fascista, segnata dal “Discorso dell’Ascensione” del 1927, centrato sulla decisione di promuovere l’aumento della popolazione italiana. L’esuberanza di popolazione non costituisce più un problema, bensì un’espressione di vitalità.

Ma il freno all’emigrazione viene soprattutto dall’aggravarsi della crisi economica internazionale susseguente al crollo del 1929 e la conseguente Grande Depressione. Nei paesi di arrivo la disoccupazione aumenta, gli stati adottano politiche protezionistiche, l’integrazione mondiale dei mercati regredisce e gli sbocchi per gli emigranti si chiudono. Con le destinazioni transoceaniche in declino (unica rilevante eccezione rappresentata dal Brasile), le alternative sono Francia, Svizzera, Belgio e Germania.

Partire è sempre più difficile, fino a diventare sostanzialmente impossibile. Molti si trovano a restare prigionieri in patria dopo aver vissuto, o programmato di intraprendere, un’esperienza migratoria. La necessità di partire è forte ma resta in larga parte frustrata: la chiusura delle porte di ingresso concretizza la chiusura di quelle di uscita.

Nel 1926, alle politiche di chiusura dei paesi di arrivo si somma la politica della “quota 90”, 90 lire per una sterlina, con cui il regime fascista intende raffreddare l’inflazione e dare una dimostrazione di forza politica ai paesi stranieri. La rivalutazione della lira indebolisce le rimesse degli emigranti, inviate in patria nella prospettiva di poter acquistare un po’ di terra al momento del ritorno e così affrancarsi da una condizione di miseria. Anche chi è riuscito ad acquistare qualche terreno, con la crisi generale è costretto a vendere. La terra, comprata a caro prezzo, finisce per essere perduta.

L’impoverimento dei contadini, acutizzato dalle coltivazioni estensive meccanizzate, viene aggravato dalle politiche fasciste di “ruralizzazione”, orientate a limitare i trasferimenti verso i centri urbani, soprattutto verso il Nord. Si creano situazioni paradossali per cui, ad esempio, diventa necessario dimostrare di avere il lavoro per poter ottenere la residenza e viceversa di essere muniti di certificato di residenza allo scopo di regolarizzare una posizione lavorativa. L’emigrazione interna, dal Sud al Nord diviene irregolare, in violazione delle normative fasciste contro l’inurbamento e i trasferimenti di residenza.

La politica migratoria del regime fascista si mostra molto aggressiva negli anni immediatamente precedenti il conflitto. In particolare, agli emigranti italiani in Francia vengono rivolti inviti a rientrare in patria; molti aderiscono all’iniziativa, salvo poi ripensarci, emigrando di nuovo, clandestinamente. Nel 1940, con l’inizio delle ostilità belliche, l’aggressione italiana alla Francia ha una serie di pesanti implicazioni per gli italiani in quel paese. Nelle colonie africane gli uomini vengono immediatamente rinchiusi nei campi di concentramento, dove resteranno fino allo sbarco degli americani.

La Svizzera, paese neutrale confinante con la Germania nazista, accoglie proprio negli anni del conflitto un numero particolarmente elevato di rifugiati da ogni nazione, compresa l’Italia. Si tratta di persone anche in pericolo di vita, che tentano di mettersi al riparo dai rischi di deportazione.

All’emigrazione a frontiere chiuse va aggiunta quella verso le colonie italiane. Sia in direzione delle terre acquisite già prima della Grande Guerra, Libia e colonie dell’ Africa orientale italiana (AOI), sia in direzione dell’Etiopia, occupata a metà degli anni Trenta. Questo fenomeno riveste una significativa rilevanza dal punto di vista politico e ideologico. Nella visione fascista, infatti, i soggetti coinvolti sono protagonisti della missione storica civilizzatrice dell’Italia: non semplici emigranti ma “coloni”.

L’emigrazione coloniale corrisponde al sogno di grandezza e agli orientamenti dei fautori dell’espansione imperialistica dell’Italia, che dopo il contraddittorio esito degli interventi ottocenteschi trova nella Libia un nuovo sbocco, prosegue con la breve, tragica e poco gloriosa stagione dell’aggressione all’Etiopia, per concludersi all’inizio del secondo conflitto mondiale con una rovinosa sconfitta militare.

L’emigrazione coloniale coinvolge proletari e contadini, ma anche una componente minoritaria borghese, costituita da imprenditori, agricoli e non solo, funzionari statali e professionisti. Si aggiunga la componente militare, impegnata sia nella fase di operazione bellica che a conquista avvenuta.

In generale, tuttavia, il numero dei soggetti coinvolti è senza dubbio modesto. Al posto dei milioni di italiani il cui trasferimento oltremare in un “posto al sole” è stato vaticinato dal regime, sta un bilancio di qualche centinaio di migliaia di “coloni”, una cifra consistente in sé, ma assai più magra di quanto la propaganda totalitaria del regime sia disposta ad ammettere. Il sogno coloniale evidentemente non interessa i contadini del Mezzogiorno, tranne che forzosamente i soldati di leva e naturalmente i pochi partiti come volontari.

Per il regime i coloni non devono essere confusi con gli emigranti partiti per le tradizionali destinazioni migratorie, europee o oltreoceano. Ma a conti fatti, per la maggior parte di loro, e in particolare per quelli di livello sociale più basso, le condizioni di vita non saranno poi molto diverse. Agli italiani trasferitisi nelle colonie si addice molto di più la definizione di emigranti, in quanto soggetti alla tradizionale spinta demografica, aggravata in questo periodo dalla limitatezza di alternative a causa delle politiche di chiusura di alcuni paesi di destinazione coinvolti in passato.

Alla fine della guerra, per effetto della sconfitta, ai reduci dell’esperienza dell’emigrazione coloniale si sommeranno quelli provenienti dai territori occupati durante gli anni del fascismo. A conti fatti, i primi immigrati e rifugiati in Italia nel secondo ciclo migratorio sono proprio gli italiani stessi. Espulsi o partiti volontariamente, si trovano infatti nella condizione di emigranti di ritorno oppure semplici immigrati da un luogo cui appartengono per cittadinanza e identità culturale, ma ormai esterno ai nuovi confini territoriali italiani, definiti dagli esiti del conflitto.

II ciclo migratorio

Il nuovo ciclo migratorio ha inizio nell’immediato dopoguerra, con le partenze che riprendono tra molte difficoltà, ancorché fortemente incoraggiate dai governi dell’epoca. Alla fine della guerra l’Italia infatti registra una fortissima pressione demografica, soprattutto nel Mezzogiorno. Una spinta ben superiore a quella registrata un quarto di secolo prima, alla fine della Grande Guerra. All’eccesso di forza lavoro contribuiscono anche il numero non irrilevante di militari rientrati nella vita civile senza grandi prospettive di occupazione al di fuori dell’agricoltura.

L’Europa continua a essere area di emigrazione nella sua parte meridionale, ma si caratterizza soprattutto come area di grande immigrazione, grazie allo sviluppo economico trainato dall’industria. È il periodo degli spostamenti intraeuropei: i paesi del Sud con grande disponibilità di lavoratori a basso costo (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), forniscono manodopera per lo sviluppo industriale dei paesi più avanzati. In Francia e Belgio nell’immediato dopoguerra, in Germania e Svizzera nel periodo successivo.

Già negli anni del conflitto, in Italia l’oppressione economica aveva determinato un’ondata di mobilitazioni contadine, specialmente al Sud, in uno scontro durissimo tra la borghesia terriero-fondiaria dominante e le masse di contadini senza terra, compartecipanti, mezzadri e figure miste del mondo rurale che reclamavano l’accesso alla terra. Le manifestazioni proseguono durante l’occupazione alleata e i governi di unità nazionale, sostenute da Federterra e dal Partito comunista.

L’esito di questi scontri è la “riforma agraria”, ma i successi ottenuti sono ben lontani dal rispondere alle esigenze delle masse contadine. La sconfitta politica ed economica di queste ultime, soprattutto nel Mezzogiorno, non lascia altra prospettiva che imboccare la via dell’emigrazione. “I contadini hanno votato con i piedi”, è la frase molto comune a sinistra per descrivere questo epilogo. E’ l’inizio del secondo ciclo migratorio. Riprende l’emigrazione all’estero, seguita da un’emigrazione interna verso il settentrione di proporzioni ben più vaste.

La ripresa dei flussi migratori verso l’estero ha luogo in un clima di incertezza e scarse prospettive per chi parte. Gli Italiani sono costretti a cercare altri sbocchi agli Stati Uniti, sempre più restii ad accogliere immigrati. Le destinazioni alternative prevalenti sono America Latina e Australia, spesso però considerate come scelte di ripiego.

Le cose cambiano nel corso degli anni Cinquanta, quando prima la Svizzera e poi la Repubblica Federale Tedesca conoscono un notevole aumento dell’immigrazione. L’emigrazione italiana si europeizza e, al contempo, si meridionalizza, ripetendo un fenomeno analogo a quello avvenuto nel primo ciclo: la storia dell’emigrazione italiana è anche e soprattutto una storia meridionale.

Anni gloriosi

Il secondo ciclo dell’emigrazione italiana si svolge sostanzialmente nei “trente glorieuses”, i trenta gloriosi, che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta. Alla ripresa della produzione agricola e industriale si affianca la necessità impellente della ricostruzione frenata – nell’Europa del Nord, dalla mancanza di manodopera. In Italia il problema più grosso è al contrario la sua eccedenza, insieme alla difficoltà di ottenere un rifornimento energetico adeguato alla ripresa della produzione.

Una sostenuta domanda di lavoro all’estero attira una platea vastissima di lavoratori, anche relativamente anziani e senza titolo di studio. Manovali, braccianti, artigiani senza qualificazione o con una preparazione obsoleta e senza esperienza nel settore industriale, trovano impiego, con relativa facilità, nell’edilizia privata e soprattutto nei lavori pubblici nelle aree di immigrazione.

Nel modello di produzione fordista-taylorista la domanda di lavoro è soprattutto per operai comuni. Siano anziani o giovani, questi “operai multinazionali” trovano occupazione e stabilità, con un processo di incorporazione, ancorché parziale, all’interno della classe operaia nazionale dei paesi di arrivo.

L’esodo dalle campagne e l’emigrazione modificano la composizione e le strutture familiari. I processi di inurbamento della popolazione portano a una fuoriuscita di vastissima portata della popolazione femminile dal mercato del lavoro. Ex contadine e massaie rurali, emigrate al seguito dei familiari, diventano casalinghe per effetto dei processi di selezione della forza lavoro che avvantaggiano la popolazione maschile, sia in Italia sia all’estero. Si sottolinea l’esclusione dei lavoratori più deboli (o quanto meno ritenuti tali), dunque meno capaci di sopportare ritmi intensi e di svolgere mansioni faticose.

In contrasto con la linea seguita dal fascismo, gran parte dei costituenti  esprimono una posizione di apertura nei confronti delle partenze degli italiani per l’estero. Non a caso l’articolo 35 della Costituzione sulla tutela del lavoro riconosce, al comma 4, la libertà di emigrazione e la tutela del lavoro italiano all’estero. L’inserimento di questo comma rappresenta il punto di arrivo del percorso iniziato con la legge del 1901 relativa al diritto dei cittadini italiani di emigrare e alla loro tutela in quanto lavoratori all’estero.

L’emigrazione contribuisce a smaltire l’eccedenza di forza lavoro e viene usata come moneta di scambio sul mercato energetico. Infine, grazie alle rimesse, costituisce una fonte di valuta pregiata utile per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti. Ne conseguono una politica di incoraggiamento delle partenze degli italiani per l’estero e un tentativo di indirizzarle verso le mete più convenienti, non tanto per i disoccupati italiani quanto per gli interessi economici dello stato.

Gli anni del “miracolo economico” sono anche quelli in cui l’emigrazione continua a essere uno sbocco di grande importanza. A conti fatti, negli anni del maggiore sviluppo del paese, tra il 1951 e il 1971, l’emigrazione complessiva è di almeno quattro milioni di persone. Il periodo tra il 1955 e il 1965 è quello in cui si realizza il più intenso processo di sviluppo e di cambiamento dell’economia della società italiane: da una parte lo sviluppo dell’industria manifatturiera, concentrata con investimenti selettivi nelle regioni del Nord, dall’altra un esodo di massa dall’agricoltura per sfuggire alla sottoccupazione. La competitività dell’industria viene imperniata sull’incremento delle esportazioni e i bassi salari.

In quegli anni nasce un doppio movimento: forza lavoro contro materie prime. L’emigrazione è il prezzo che il potere politico sceglie di pagare per poter risanare l’economia italiana. Vengono ripresi e sviluppati gli strumenti giuridici già elaborati durante il primo ciclo per la protezione dei lavoratori all’estero: gli accordi bilaterali. Con questi accordi la protezione dello stato italiano, in linea teorica, non vuole fermarsi ai confini nazionali, ma intende seguire l’emigrante fino al paese di immigrazione, arrivando a contemplare il diritto per i lavoratori italiani emigrati a un uguale trattamento rispetto ai lavoratori locali.

Il termine “anni gloriosi” può sembrare però inopportuno se si considerano le condizioni salariali e di vita dei lavoratori emigrati durante il grande sviluppo industriale di quegli anni. Nella pratica degli accordi effettuati, infatti, la protezione dei lavoratori passa sempre in secondo piano rispetto alla tutela degli interessi economici dell’Italia.

La stagione degli accordi bilaterali, cominciata nel 1946, vede la stipula con la gran parte dei paesi dell’ Europa continentale segnati dalla scarsità di manodopera (Belgio, Cecoslovacchia, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda, Svezia, Svizzera) e anche con paesi extraeuropei (Argentina, Brasile, Australia). Questa intensa attività si conclude nel 1955, con l’accordo firmato con la Repubblica Federale Tedesca.

Il famigerato accordo “uomini contro carbone”, stipulato con il Belgio nel 1946, illustra bene la doppiezza di questo approccio. Da una parte, le autorità italiane si impegnano a far partire per il Belgio 50.000 italiani da impiegare nelle miniere di carbone. Dal lato opposto, per ogni italiano andato lavorare nelle loro miniere il Belgio si impegna a vendere in via prioritaria all’Italia una determinata quantità di carbone al giorno.

Nell’accordo è previsto che il governo belga controlli le aziende carbonifere nel garantire ai lavoratori italiani convenienti alloggi, un vitto adeguato e condizioni di lavoro comparabili a quelle dei minatori belgi. Nella realtà, l’accordo contiene una serie di clausole restrittive che confinano gli immigrati al lavoro in miniera e alla stessa area territoriale di arrivo. Anche i salari sono particolarmente bassi.

Le condizioni lavorative e di vita degli italiani in Belgio sono durissime, testimoniate dai continui incidenti durante i turni in miniera. Molti immigrati si licenziano dopo qualche giorno di lavoro. In casi estremi si rifiutano di entrare in miniera.

Solo con la tragedia di Marcinelle del 1956 si vedrà un cambio di passo. Con la morte di 262 minatori morti, di cui 136 italiani,  l’accordo italo-belga verrà revocato e cesseranno i flussi programmati tra i due paesi.

È proprio sugli aspetti sociali che si esprime in tutta evidenza il fallimento dell’emigrazione assistita. A fronte dell’autorità belga, svizzera o tedesca incaricata di mettere in atto le norme sull’immigrazione, non esiste infatti una pari autorità istituzionale italiana incaricata di sorvegliare il rispetto degli accordi e di tutelare diritti dei connazionali emigrati. L’impegno delle autorità italiane, di fatto, si esprime principalmente nell’organizzazione delle partenze e si ferma alla frontiera italiana.

Il canale dell’immigrazione assistita è precocemente abbandonato dai migranti anche nel caso francese, nonostante i rischi che l’emigrazione fuori dagli accordi comporta. Il motivo è sempre riferibile alle condizioni scadenti degli impieghi offerti.

In assenza di una assistenza dallo stato italiano,  proliferano le organizzazioni fondate dagli stessi italiani emigrati e le organizzazioni di patronato – sindacali e cattoliche – che ampliano in misura significativa attività e ambiti di azione. Le relazioni informali, la famiglia e la comunità di partenza sono determinanti e permettono ai nuovi immigrati di sottrarsi alle forme burocratiche di avviamento al lavoro tramite i canali istituzionali.

Gli accordi sul reclutamento finiscono per riguardare un numero di lavoratori limitato, inferiore a quello previsto. La catena migratoria sostituisce i canali istituzionali di reclutamento: ad aiutare i lavoratori italiani sono infatti gli emigrati che li hanno preceduti.

Repubblica Federale Tedesca e Svizzera divengono per l’Italia la più importante destinazione a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Il trattato tedesco viene firmato nel 1955, in un clima economico e istituzionale diverso rispetto a 10 anni prima. Con la nascita del Mercato Comune, infatti, gli italiani non corrono più i rischi di respingimento, deportazione o arresto che solo pochi anni prima, in Francia e in Belgio, avevano costituito un’eventualità concreta.

A spostare verso la Germania l’interesse degli italiani sono innanzitutto retribuzioni più alte e migliori condizioni lavorative. Inoltre, per questo paese un ruolo di rilievo sarà giocato dal “mito del ritorno”: il modello rotatorio tedesco favorisce l’aspettativa, propria della prima generazione di migranti, di poter tornare e investire in patria i propri risparmi. A conti fatti però, una parte significativa finirà per stabilizzarsi all’estero.

Man mano che le generazioni si succedono, l’associazionismo accantona il desiderio di ricostruire una piccola patria nei paesi di arrivo. Si affievolisce il desiderio di mantenere i legami, le usanze e le condizioni di vita delle comunità di partenza. Per contro, acquisisce una crescente valenza politica, creata dalla volontà degli emigranti italiani di ottenere il riconoscimento dei propri diritti sociali e politici e di essere integrati nella società che li ospita.

Alla fase di sviluppo e consolidamento segue una fase di indebolimento e declino, caratterizzata dalla scarsa capacità di rinnovarsi e attrarre i giovani. Il risultato è l’invecchiamento sia degli associati che dei dirigenti. Non a caso, negli ultimi decenni è la componente anziana a mantenere più vivo l’associazionismo degli emigrati nelle sue diverse forme. L’attivismo associativo di quel periodo porta anche alla decisione di promuovere una Conferenza Nazionale dell’emigrazione, tenutasi a Roma nel 1975, paradossalmente proprio quando la grande esperienza delle migrazioni intraeuropee sta ormai declinando.

Italia che cambia

Nel primo ciclo, gli effetti sulla popolazione sono sconvolgenti: nel momento in cui più elevato è il ritmo delle partenze, non mancano nel Mezzogiorno (ma anche nelle Alpi) aree di radicale spopolamento. La grande emigrazione consente ai contadini di “avere tetto di casa più alto”: un indubbio ma modesto miglioramento in un contesto di assenza di cambiamenti nella struttura sociale.

Nel secondo ciclo gli effetti sul piano demografico sono più modesti, ma le conseguenze sociali sono importantissime. Insieme ad altri processi (in primis le lotte contadine), essa contribuisce a scuotere una struttura di classe e una situazione di oppressione socio economica consolidata nel corso del tempo e ritenuta fino ad allora immutabile. La questione meridionale rimane, come anche la strutturale eccedenza di forza lavoro rispetto alla domanda interna. Ma il volto del Mezzogiorno cambia.

Si registra un radicale fenomeno di spostamento dalle aree montane e collinari verso quelle di pianura e le grandi aree metropolitane. Anche l’emigrazione all’estero, in particolare quella di ritorno, è coinvolta in questo processo: molti emigranti partiti dalle aree montane decidono, al momento del ritorno, di trasferirsi in pianura o nelle zone collinari circostanti.

Per tutti gli anni del secondo ciclo l’emigrazione è assai presente nella vita economica e sociale del paese. Iniziata in un momento di gravi difficoltà economiche e di prospettive incerte, accompagna lo sviluppo e rappresenta per quest’ultimo uno dei principali fattori facilitanti.

Durante il secondo ciclo, le rimesse degli emigrati hanno contribuito al progresso economico delle regioni meridionali, registrando una riduzione del divario tra Nord e Sud. Sono anni di sviluppo sociale per il paese, in un clima progressista che vede, ad esempio, l’istituzione della scuola media unificata e l’obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno di età.

L’emigrazione contribuisce a un mutamento nei rapporti tra le classi sociali del Mezzogiorno, oltre a cancellare la tradizionale miseria contadina. I processi di scolarizzazione di massa, che con il passare degli anni si estendono anche alla scuola media superiore, sono agevolati in modo decisivo dal reddito proveniente dall’emigrazione e rappresentano una condizione essenziale per i processi di mobilità sociale cui parteciperanno i figli degli emigranti.

L’alleggerimento della pressione demografica sulla terra migliora le condizioni di vita dei contadini che restano, mentre il flusso delle rimesse innalza il livello del reddito e dei consumi della popolazione in generale, stimolando la domanda complessiva di beni e rappresentando così anche uno stimolo indiretto allo sviluppo economico delle aree industriali di tutto il paese.

Gli emigrati di ritorno non sempre trovano occasioni di lavoro paragonabili a quelle avute nell’emigrazione e neanche occasioni per far fruttare in modo soddisfacente i loro risparmi. Indubbiamente essi hanno riscattato dalla miseria i loro figli, ma per molti il rientro in patria rappresenta spesso l’inizio precoce della vecchiaia, senza che per loro si realizzi il sogno dell’emigrante, il “mito del ritorno”.

II interludio

Il 1973 è un anno significativo per le vicende dell’economia mondiale giacché conosce il primo “shock petrolifero”. L’aumento del costo della più importante fonte energetica implica un aumento dei costi produzione delle imprese industriali, rendendo impraticabili alcune conquiste dei lavoratori.

Non regge più il modello economico di organizzazione della produzione e del lavoro basato sull’occupazione stabile e alle dipendenze, tipico delle grandi imprese, che ha trainato lo sviluppo dell’economia europea e attratto lavoratori. Si delinea un modello produttivo nuovo definito, solitamente in negativo, “post-fordista”.

L’emigrazione di ritorno diventa un argomento centrale del discorso pubblico italiano. Si comincia a parlare di “fine dell’emigrazione” e vengono messi in atto incentivi al ritorno volontario da vari paesi: in primis, dalla Germania. Si studiano i tratti generali e gli elementi comuni che caratterizzano la fine dell’esperienza migratoria del secondo ciclo, come ad esempio la scarsa capacità innovativa di chi è tornato, o alcuni aspetti conservatori che sembrano contraddire l’immagine dell’emigrante quale soggetto attivo in un processo di trasformazione economica, sociale e culturale.

Le migliori capacità di reintegrazione nei luoghi di partenza appartengono proprio a coloro che meno si sono integrati nel luogo di lavoro all’estero. Paradossalmente, la scarsa propensione all’innovazione porta a migliori esiti lavorativi al ritorno, grazie all’omogeneità culturale e al mantenimento delle reti sociali nel contesto di origine.

Stranieri

Nella seconda metà degli anni settanta nel nostro paese va progressivamente affermandosi l’immigrazione straniera proveniente dai paesi del Sud del mondo. Mentre tutto il dibattito è concentrato sulla “fine dell’emigrazione” e sulla problematica delle migrazioni di ritorno, si comincia a notare l’arrivo dei primi lavoratori provenienti dal terzo mondo. Si tratta di un fenomeno assolutamente non previsto, anzi largamente escluso dal dibattito sul mercato del lavoro in Italia.

È un flusso molto complesso per composizione nazionale, etnica e genere, nonché per destinazione occupazionale; ed è un fenomeno profondamente diverso dalle grandi migrazioni intraeuropee, all’epoca ormai in fase di rallentamento. La prima componente del flusso di immigrati è costituita da lavoratori tunisini impegnati nell’agricoltura e nella pesca in alcune aree della Sicilia. Una seconda, ben più consistente, ha provenienze molto variegate ed eterogenee (dai paesi cattolici dell’America Latina, all’Asia fino alle ex colonie italiane) ed in prevalenza da donne impegnate nel lavoro domestico.

Con il Censimento del 1981  l’Italia si scopre “paese di immigrazione”. Per la prima volta dalla fine della guerra è arrivata (o tornata) in Italia più gente di quanta ne sia partita. Da una parte gli italiani che tornano, dovuto anche all’aprirsi di nuove opportunità, probabilmente sopravvalutate, nelle regioni italiane di origine. Dall’altra gli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo.

Si tratta di fenomeni di natura e con implicazioni politiche, sociali ed economiche radicalmente diverse.  È improbabile che emigranti di ritorno e immigrati si trovino a competere per le stesse posizioni lavorative. In Italia, infatti, nuovi segmenti della domanda di lavoro offrono condizioni in generale precarie, assumendo sempre maggior rilievo soprattutto nel settore dell’agricoltura e dei servizi. In essi trovano lavoro gli immigrati stranieri.

Nell’ambito dei servizi alle persone (collaborazione domestica o assistenza agli anziani) emerge subito un’intensa domanda di manodopera: una nuova tipologia di lavoro aperta agli immigrati, non corrispondente in alcun modo né alle aspettative dell’offerta di lavoro presente nel paese, né tanto meno a quelle di coloro che tornano in Italia dopo aver posto fine alla loro esperienza migratoria. Questo spiega, tra l’altro, l’apparente paradosso della coesistenza in Italia, e in particolare nel Sud, di occupazione straniera e disoccupazione.

Al Mezzogiorno, i fenomeni di modernizzazione dell’economia che avevano caratterizzato il periodo precedente subiscono un rallentamento, accompagnato da una notevole distorsione. Questo rende la condizione degli emigranti di ritorno particolarmente problematica. Avendo vissuto e lavorato per anni in un contesto produttivo moderno, spesso nella grande industria, con un sistema organizzativo efficiente, non tutti hanno la capacità, tornando al Sud, di inserirsi in un mercato del lavoro spesso caratterizzato dal mancato rispetto delle regole.

III ciclo migratorio

Con la lunga crisi del 2008  torna l’emigrazione da tutto il paese. Dopo i grandi successi raggiunti nel secolo precedente, il modello di capitalismo italiano è stato poco in grado di adattarsi ai grandi cambiamenti dello scenario internazionale.

La crescita dei paesi dell’Europa dell’Est e la stagnazione dell’Italia hanno avvicinato le due aree: sono entrambe crocevia migratori, al contempo ricettori ed esportatori di manodopera. Alla crisi industriale del Nord si aggiunge la riduzione dell’intervento pubblico e delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno. Il divario tra Nord e Sud, che si era andato riducendo nei trent’anni gloriosi, torna ad aumentare.

Nell’arco di un decennio l’emigrazione italiana è triplicata. Per ritrovare flussi comparabili bisogna risalire al 1973.  Esclusa la pausa del Covid, l’Italia si conferma paese tributario di manodopera nel contesto europeo.

Si comincia a parlare di “fuga dei cervelli” in riferimento a giovani emigranti con livello di scolarizzazione o di professionalità molto alto che si rivolgono all’estero per trovare un impiego soddisfacente. Una perdita economica rappresentata dall’aver investito nella formazione si persone, senza poter godere del beneficio di utilizzare la qualificazione raggiunta.

Sarebbe interessante capire quanto la loro collocazione rientri nel processo di circolazione internazionale delle élite culturali e quanto invece si tratti di persone che avrebbero preferito restare nel loro paese ma non hanno trovato alternative realistiche all’emigrazione.

Aumentano anche le partenze delle giovani donne. Oggi non viaggiano più soltanto come come mogli o figlie, ma imboccano il sentiero migratorio autonomamente e non vivono l’esperienza in maniera particolarmente diversa dai maschi.

Si tenta da più parti di distinguere il concetto di emigranti  da quello di “Expat”. Quest’ultimi riguardano soggetti con posizioni lavorative elevate che, per libera scelta, si trasferiscono alla ricerca di modelli di vita alternativi, e comunque di esperienze di vita diverse.

Ci si preoccupa in modo quasi ossessivo della denatalità, molto meno del continuo drenaggio di giovani che lasciano l’Italia per cercare altrove occasioni di vita e lavoro migliori. Un drenaggio che non solo assottiglia la già ridotta quota di giovani, ma di conseguenza riduce anche ulteriormente il tasso di natalità possibile.

Per altro, anche per una buona parte dei migranti che arrivano da paesi poveri o in guerra, o sotto una dittatura, l’Italia è pensata come un luogo di passaggio, una porta di entrata per un altrove più desiderabile, anche se poi sono costretti a rimanere qui.

Il problema è che l’Italia sta diventando per una parte dei suoi giovani un posto in cui non si vuole vivere, in cui non vale la pena di investire il proprio futuro. Tantomeno attrae giovani molto qualificati di altri paesi, rispetto ai quali il saldo è ampiamente negativo. È un paese in cui venire in vacanza, o passare un anno di studio, non in cui fermarsi per farci la propria vita. Senza seri investimenti nel creare situazioni più favorevoli ai giovani, il fenomeno del drenaggio dei giovani, specie dei più istruiti, non potrà che accentuarsi.

Extra

Letture

> Creature fantastiche, saline, bonifiche, colonie estive, divinità, boom economico, idrovolanti, ferrovie, .... Storie impigliate sotto costa o affondate in alto mare, sferzate dai venti o cullate dalle onde. Racconti e letture da sfogliare in compagnia del Tirreno. segue...

Museo Emigrazione

Genova è una città fortemente legata all’emigrazione: da qui sono partiti milioni di italiani diretti verso le Americhe, l’Africa, l’Asia e l’Australia. Inoltre, è stata a lungo meta della mobilità interna. Le storie di vita dei migranti sono narrate attraverso fonti di prima mano, come i diari, le lettere, le fotografie, video, e giornali e documenti d’archivio. Un museo empatico, multimediale e interattivo, dove “fare esperienza”; l’ultima frontiera dell’innovazione nei musei. Vedere, ascoltare, imparare e mettersi alla prova, negli allestimenti scenografici di uno degli edifici medievali più antichi della città, che in origine dava ospitalità ai pellegrini. segue…

Museo del Mare

Il Galata Museo del Mare, accompagna il visitatore lungo un vivace percorso che unisce l’uomo al mare. Reperti di cultura marittima, opere d’arte e ambienti immersivi si alternano, a partire dalla vicenda di Cristoforo Colombo alle migrazioni contemporanee, passando attraverso le epoche della navigazione a remi e delle galee, dei velieri e dei piroscafi. segue…

Boom economico

> Alla fine degli anni '50 l’Italia conosce un periodo di grande crescita. Consumi un tempo inimmaginabili diventano accessibili a tutti, o quasi. Gli anni del boom economico contribuiranno a modificare interi territori. Industria, abitazioni, turismo, infrastrutture imprimono nuove identità, anche lungo il Tirreno. Partiamo in bici con qualche spunto riflessivo in più. segue...

Napoli New York

Il film, ambientato nel periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, narra le vicende di due giovani scugnizzi di Napoli che decidono di abbandonare la miseria della loro città per cercare un futuro migliore negli Stati Uniti. Si imbarcano clandestinamente su una nave diretta verso la “Grande Mela”, intraprendendo un viaggio costellato di difficoltà ma anche di speranza. segue…

Ferrovie

L’Italia cambia, e con essa i treni della notte, quei lunghi convogli che per decenni avevano trasportato valigie e speranze. Nel giugno 2007 spariva il “Treno dell’Etna” da Torino per Palermo e Siracusa; nel marzo 2010 spariva la “Freccia del Sud” da Milano a Reggio Calabria, Siracusa e Agrigento. Nel dicembre 2011, dopo 57 anni terminava il “Treno del Sole”, il convoglio da Torino per Palermo e Siracusa che pochi decenni prima aveva addirittura ispirato il nome all’ “Autostrada del Sole”

> La ferrovia, con il connubio tra carbone e ferro, rappresentò uno dei principali emblemi dello sviluppo. La filosofia del "positivismo" diffondeva infatti il convincimento che la scienza avrebbe risolto i problemi dell’uomo, avviando una condizione di benessere e di pacifica convivenza. In Italia, l’avvento dei treni coincise con il processo di unificazione nazionale, rappresentando molto più che un sistema di trasporto: costituirà agli occhi degli uomini del Risorgimento un veicolo indispensabile per la rinascita civile del popolo italiano e per l’unione economica degli stati della penisola. segue...

Lewis Hine

Lewis Wickes Hine (1874-1940) è un celebre maestro americano della fotografia sociale, di ritratto e di reportage. Le opere di Hine hanno dato un contributo fondamentale alla modifica delle leggi che regolavano il lavoro minorile in America all’inizio del XX secolo. A indirizzare il suo talento per questo tipo di immagini la sua storia personale: rimasto orfano di padre, riesce a frequentare l’Università solo perché lavora sin dall’adolescenza, risparmiando i soldi che investirà nella sua formazione. Diventato insegnante a New York presso la Ethical Culture School, sostiene con i suoi studenti l’utilizzo della fotografia come mezzo educativo e svolge le sue lezioni mostrando i suoi scatti che ritraggono le migliaia di immigrati che ogni giorno arrivano nel porto di Ellis Island a New York.

Nel 1908, per quasi due decenni, con la sua macchina fotografica, partecipa attivamente alla lotta contro il lavoro minorile, pubblicando immagini che entrano nella storia delle società contemporanea e della fotografia. Negli anni della Prima Guerra Mondiale e del primo dopoguerra ritrae anche l’attività di assistenza in Europa della Croce Rossa americana. Dalla seconda metà degli anni ’20 fino ai primi anni ’30, realizza una serie di ritratti con l’obiettivo di mettere in risalto il contributo umano all’industria moderna. Nel 1930, riceve l’incarico di documentare la costruzione dell’Empire State Building. Un’impresa che prende molto sul serio assumendosi spesso, per realizzare le sue immagini, gli stessi rischi dei lavoratori che deve ritrarre. segue…

Il vostro contributo

> Amanti anche voi delle pedalate vista mare? Partecipate con passaparola, proposte, feedback, ... Date una occhiata al progettoZERO, alla squadra operativa e ai paletti che ci siamo imposti selezionando gli itinerari. Le amministrazioni non vedono le potenzialità di un percorso ciclabile lungo il Tirreno? Mostriamo loro il contrario. Facciamo conoscere insieme la bellezza delle nostre coste. Viandanti di ogni fede e pedale, cicloturiste e cicloturisti, cittadini e cittadine come voi. Niente di più, niente di meno. segue...

Piemonte, inizi del ‘900: la speranza di una vita migliore spinge Luigi Ughetto e sua moglie Cesira a varcare le Alpi e a trasferirsi con tutta la famiglia in Francia. Il regista racconta dunque le sue radici in un dialogo affettuoso con la marionetta di nonna Cesira, che con il suo racconto fresco e poetico della vita sofferta e romanzesca degli emigranti di ogni tempo avvolge lo spettatore in un incanto.

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